Artemisia Gentileschi e Frida Kahlo: biografia e opere

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Artemisia Gentileschi e Frida Kahlo: biografia e opere delle pittrici (4 pagine formato doc)

ARTEMISIA GENTILESCHI E FRIDA KAHLO: BIOGRAFIA E OPERE

Storia dell'arte.

Il parallelismo tra Artemisia Gentileschi e Frida Kahlo
Nel panorama della storia dell’arte emergono le figure di due grandi donne, Artemisia Gentileschi e Frida Kahlo. La loro pittura è riuscita ad arricchire l’arte trasmettendo emozioni e sensazioni ben diverse da quelle elaborate dai pittori maschili. L’animo segnato dalla violenza di Artemisia e quello segnato dall’incidente e dalla mancata maternità di Frida, hanno trovato nella pittura la terapia capace di lenire il loro dolore.

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ARTEMISIA GENTILESCHI: BIOGRAFIA

Artemisia Gentileschi. Autoritratto come allegoria della Pittura, 1638-39, Royal Collection, Windsor
Artemisia Geltileschi è una delle poche pittrici della storia dell’arte.

Nonostante la sua centrale importanza, per secoli la sua figura è rimasta ai margini per essere riscoperta solo durante il movimento femminista.
Nata a Roma nel 1597, sin da piccola prova un immensa passione per la pittura, arte rigorosamente riservata agli uomini. Questo interesse fu incoraggiato dal padre Orazio, pittore amico e seguace di Caravaggio. Questo preferì trasmettere le sue tecniche pittoriche alla figlia alla quale era morbosamente legata, piuttosto che ai figli maschi. Nel 1611 Artemisia fu violentata da Agostino Tassi, un fidato amico di famiglia. Costretta dallo scandalo a trasferirsi a Firenze, soffrì molto il distacco dal padre. Per superare la rabbia e la disperazione provate dopo la violenza, riprese a dipingere. La sua tecnica artistica, fortemente influenzata da Caravaggio, si basa su forti colori che permettono ai giochi di luce ed ombra di risaltare nei minimi particolari. Il periodo fiorentino fu tra i più felici per la sua produzione artistica. Verso il 1630 si trasferì a Napoli dove si spense nel 1652. Tra le sue opere ricordiamo: Giuditta che decapita Oloferne (dipinta a Firenze), Maddalena, La strage degli innocenti, Nascita del Battista.

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ARTEMISIA GENTILESCHI: OPERE

Giuditta che decapita Oloferne
Olio su tela 199x162,5 cm, 1620. Galleria degli Uffizi, Firenze.
Giuditta che decapita Oloferne rappresenta un episodio del libro di Giuditta, nell’Antico Testamento: la donna, insieme ad una sua ancella, durante una guerra si recano nel campo avversario per decapitare il feroce capitano nemico, Oloferne. Con una crudeltà vista raramente nell’arte, Artemisia si ritrae nel ruolo di Giuditta che decapita Oloferne, che ha il volto di Agostino Tassi. L’artista fa in modo che l’attenzione non si concentri solamente su un particolare, ma sugli altri dettagli che si trovano intorno all’azione centrale della composizione. Il volto di Oloferne, sofferente e disperato, viene tenuto fermo con forza, freddezza e impassibilità da Giuditta. Ciò è testimoniato anche dalla posizione del corpo della donna che, nella violenza del momento, rimane attenta a non sporcarsi le vesti. Un altro dettaglio crudele da notare è il sangue che cola lento dal collo di Oloferne, per rivendicarsi come lunghe gocce sul lenzuolo. Tutta la scena viene sottolineata dalla luce che illumina solo i tre protagonisti, messi in rilievo anche dal cupo sfondo, chiara influenza caravaggesca. Lo scopo di Artemisia sembra quello di diventare brutale e di vincere l’uomo con le sue stesse armi, ovvero la violenza. Ciò si esprime attraverso l’immediatezza dei soggetti dipinti, il gusto teatrale barocco e l’impiego dei colori. Letta sotto una chiave psicologica, i critici hanno interpretato il quadro coma la vendetta di Artemisia. Infatti questo quadro diventa il suo grido di disperazione e la pittura lo strumento per capire la sua sofferenza.