I disturbi mentali in criminologia

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Riassunto completo di un paragrafo tratto del "Compendio di criminologia" di Gianluigi Ponti (11 pagine formato doc)

La maggior parte dei criminali è perfettamente normale da un punto di vista di psichiatrico. Non esiste nessuna connessione obbligatoriamente causale tra disturbo psichico e condotta criminosa, né alcun legame deterministico per cui, dato un dato disturbo mentale, ne debba necessariamente derivare un comportamento delittuoso o abnorme.
 
Evoluzione nella percezione e trattamento del disturbo mentale
Prima dell'Illuminismo, non esisteva una chiara e univoca visione di ciò che era denominato follia. Il pazzo era cmq inteso come individuo che aveva perso del tutto la ragione, come mutato nella sua essenza spirituale. Si riteneva spesso che fosse dovuto a fattori d'ordine morale. Rinchiusi.
Dopo l'Illuminismo, nei primi anni dell'800, si riconobbe il folle come "malato di mente" e come tale curabile. I malati venivano curati in appositi ricoveri, dunque sempre esclusi dalla società.

Nella seconda metà dell'800, nacquero i manicomi
. Era la malattia in sé, più che il singolo malato ad essere considerato pericoloso, ma dato il binomio malattia/malato, in questo senso era considerato pericoloso, irresponsabile e da rinchiudere. Nessun peso alla storia del malato, alle sue difficoltà esistenziali, ai suoi problemi con l'ambiente sociale.

A partire dalla prima metà del ‘900 il malato cominciò a non essere più considerato come persona alienata. Nacque la psicoanalisi che evidenziò l'esistenza di malattie della psiche dovute a fattori psicologici e non organici. Nello stesso periodo la sociologia dimostrò l'importanza dei problemi relazionali: individuo-società, individuo-famiglia etc. A questo periodo risale l'abbandono della visione esclusivamente manicomiale del trattamento dei malati e le prime iniziative per una cura in senso socioterapico, per un loro reinserimento in società.