La questione meridionale

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Per il corso di laurea in economia aziendale dell'Università di Salerno con il Prof. Aldo Montaudo (storia economica), tesina sulla questione meridionale e le cause del rallentamento dello sviluppo dell'Italia Meridionale. (file.doc, 25 pag) (0 pagine formato doc)

LA QUESTIONE MERIDIONALE LA QUESTIONE MERIDIONALE È trascorso, ormai, circa un secolo e mezzo dall'unificazione d'Italia e molte sono state le trasformazioni avvenute nel nostro Paese.
Alcune zone della penisola, però, hanno ereditato negli anni una sorta di circolo vizioso innescato tempo addietro ed evidenziato al momento dell'unificazione: il Mezzogiorno italiano. È a partire dal 1860, infatti, che si studia la questione meridionale, per dare una spiegazione ai fenomeni, alle scelte politiche e agli elementi che hanno profondamente segnato la storia del Sud d'Italia arrestandone lo sviluppo. Da notare, che il divario tra le regioni della penisola era presente anche prima del 1860.
La pianura padana era caratterizzata da terre impiegate seguendo il metodo capitalistico, quindi con una grande miseria contadina, ma anche con delle colture intensive, tecniche di coltivazione avanzate ed un livello di vita molto alto, che influenzava anche l'area circostante elevandone il livello di sviluppo civile: a cominciare dalla diffusissima istruzione di base. Per contro il Meridione era ancora ancorato al sistema feudale, che di fatto era stato abolito nell'800, i poteri giurisdizionali dell'aristocrazia eliminati e le terre feudali frammentate e vendute. Dalla frammentazione è sorta una nuova classe, quella della borghesia terriera, che ha, di fatto, continuato ad agire come i vecchi signori feudali invece di intraprendere la via capitalistica e cioè di utilizzare rotazioni più razionali per le colture, investire in tecnologie più avanzate al fine di aumentare la produttività; fino al principio dell'800 invece la produzione aumentava solo estendendo il coltivo. Il modello economico in uso al Sud era quello del latifondo cerealicolo-pastorale e le condizioni della classe contadina erano molto misere. Ad aggravare la posizione di questa classe aveva largamente contribuito l'abolizione dei diritti feudali (gli usi civici di semina, di pascolo, di legnatico). Non meno duri erano i contratti agrari, che si configuravano come semplici modificazioni dei tradizionali rapporti feudali. La scarsa propensione ad investire capitali nella terra si rovesciava nel mero ricavo della rendita dai terreni. Questo modo d'agire tenuto dalla classe borghese veniva appoggiato dai borboni, anch'essi restii nell'investimento e nell'inno-vazione perché timorosi delle migliorie apportate dalla tecnologia. Lo Stato borbonico, infatti, non mise in atto nessuna opera pubblica (canali, bonifiche, ecc.) ed accezione di alcune linee ferroviarie nella Campania che servivano ad agevolare gli spostamenti tra le Regge Reali e i possedimenti per le battute di caccia. Per quel che riguarda le altre vie ci comunicazione erano pressoché inesistenti, fatta eccezione solo per i tratturi che consentivano il passaggio dei greggi di pecore dalle Puglie agli Abruzzi. Al momento dell'unificazione la questione meridionale andò aggravandosi. Lo sviluppo capitalistico non toccò il Sud, schermato da una so