Enea e la disccesa agli inferi: parafrasi

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parafrasi svolta del brano tratto dall'Eneide di Virgilio "Enea e la discesa agli inferi" (3 pagine formato doc)

Enea e la disccesa agli inferi: parafrasi - Enea e la discesa agli inferi Di qui la via che porta alle onde dell'infernale Acheronte.

Qui un vortice torbido di fango in una vasta voragine ribolle ed erutta in Cocito tutta la sabbia. Orrendo nocchiero custodisce queste acque e il fiume Caronte, di squallore terribile,a cui una barca bianca, lunga folta e non curata invade il mento, si sbarrano gli occhi di fiamma, sporco il mantello pende dalle spalle. Egli spinge la barca con un lungo bastone, e trasporta i corpi sullo scafo di color ferrigno, vecchio ma forte come un dio. Qui una grande folla si precipita sulle rive, donne e uomini, morti di grandi eroi, fanciulli e vergini fanciulle, e giovani morti sul rogo davanti agli occhi dei padri: quante foglie, scosse nei boschi cadono al primo freddo d'autunno o quanti uccelli dal mare si raccolgono sulla terra, se la fredda stagione li metta in fuga nelle regioni assolate.
Stavano dritti pregando di essere traghettati per primi sull' altra sponda e allungavano le mani per il desiderio di andare sull'ì altra sponda. Ma il barcaiolo accoglie l'uno o gli altri, quelli che non riesce a prendere li sospinge lontano e li caccia dalla spiaggia Enea allora, meravigliato e turbato dal tumulto, “Dimmi oh vergine” esclama, “Che fa la folla sul fiume? Che vogliono le anime?

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E per quale differenza alcuni Lasciano la riva, le altre solcano con le barche le acque scure?”.Così gli parlò la vecchia sacerdotessa: “Figlio d'Anchise, vedi i profondi stagni di Cociuto e la palude stigia, sulla potenza dei quali temono di spregiudicare gli dei. Tutto quello che vedi è una misera folla insepolta; Il nocchiero e Caronte, questi sono i sepolti. Non si possono attraversare le rive paurose e la rauca corrente prima che le ossa riposino nella tomba. Sbagliano cento anni e si avvicinano a queste sponde: allora, infine ammessi rivedono gli stagni desiderati”. Si fermò il figlio d'Anchise, concentrato, con l'animo impietosito dall'ingiusta sorte. Ecco avanzava il timoniere Palinuro Che poc'anzi nella libica rotta, mentre osservava le stelle era precipitato da poppa in mezzo alle onde. Come lo riconobbe a stento, triste nella grande ombra Così gli si rivolge per primo:

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“Quale degli Dei, oh Palinuro, ti staccò da noi e ti sommerse in mezzo al mare? Dimmi. Infatti Apollo, che non era mai stato un ingannatore, con questo solo responso mi deluse l'animo, quando prevedeva che saresti scampato alle ondate e giunto alle terre italiche. Questa è la fede promessa?”. Ed egli: “Lo sgabello di Apollo non ingannò te, condottiero figlio d'Anchise, né il Dio sommerse me in mare. Infatti mentre precipitai trascinai con me il timone Staccato all'improvviso con grande violenza, a cui mi stringevo Dirigendo la rotta. Giuro sugli aspri mari che non sentii alcun timore che la tua nave, senza alcun strumento, sbalzato il timoniere naufragasse all'alzarsi delle alte onde.

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