Critone

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Baruzzi Cecilia III A Platone: “CRITONE” Nel “Critone” è riportato il dialogo tra Socrate e Critone, avvenuto all'alba nelle carceri di Atene dove Socrate era stato rinchiuso in attesa del giorno dell'esecuzione della pena capitale.
Tale dialogo si può suddividere in cinque parti: l'annuncio di Critone a Socrate dell'arrivo imminente della nave da Delo, il discorso di Critone per cercare di convincere Socrate a fuggire dal carcere, il discorso in cui Socrate spiega i motivi per i quali non può accettare la proposta dell'amico, il dialogo tra Socrate e le Leggi personificate, la breve conclusione. Critone, discepolo del filosofo, recatosi da lui, lo trova ancora addormentato; appena Socrate si sveglia, l'amico gli annuncia che l'arrivo della nave da Delo, inviata sull'isola in ricordo della spedizione di Teseo che andò a uccidere il Monotauro e durante il viaggio della quale non dovevano essere compiute esecuzioni, era imminente, quindi il momento di morire era vicino.
Socrate però lo tranquillizza dicendo che, nel sogno premonitore da poco terminato, una donna vestita di bianco gli aveva riferito che la nave sarebbe giunta ad Atene solo l'indomani. Tentando di persuadere Socrate a evadere dalla prigione e a fuggire dalla città, Critone gli spiega che la gente potrebbe pensare che egli, insieme agli altri amici del filosofo, non avessero voluto salvarlo, pur avendone avuta l'opportunità: infatti tutti loro avrebbero messo a disposizione dell'amico tutto ciò di cui disponevano, pur rischiando di essere accusati di averlo aiutato a fuggire; Critone propone anche a Socrate di rifugiarsi in Tessaglia, presso suoi conoscenti, dove egli avrebbe potuto proseguire la sua vita e portare a termine il compito affidatogli da Dio (quello di aiutare gli uomini a scoprire la verità che è dentro di loro), evitando inoltre che i suoi figli rimanessero orfani. Socrate però vuole rimanere coerente con gli ideali di giustizia sostenuti in vita e spiega poi al proprio interlocutore che non bisogna ascoltare tutte le opinioni delle persone, ma solo quelle di coloro che si intendono dell'argomento in causa, in questo caso del giusto e dell'ingiusto, poiché si può vivere bene, rettamente, solo nell'onestà e nella giustizia. Inoltre, durante la fuga, egli potrebbe imbattersi nelle Leggi, le quali gli rinfaccerebbero allora di aver rotto il patto che ogni cittadino fa con esse al fine di accettarle e rispettarle; le Leggi non impongono nulla a nessuno, ciascun uomo è libero di andarsene dalla propria città se non si trovasse d'accordo con le decisioni prese, scegliendo così di vivere con altre regole, ma se egli, consapevole di ciò, decide di rimanere nella propria città, deve sottostare alle Leggi di tale città. Non ubbidendo, il cittadino commetterebbe contemporaneamente tre ingiustizie: non obbedendo a coloro che gli hanno dato la vita, non obbedendo a coloro che lo hanno allevato ed educato (e sarebbero quindi da rispettare più del padre e dell