La fortuna in Machiavelli

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La fortuna e virtù in Machiavelli e le tesi di Giuseppe Baretti, Vittorio Alfieri, Francesco Guicciardini e Giuseppe Mazzini (5 pagine formato docx)

FORTUNA MACHIAVELLI

La fortuna di MachiavelliNiccolò Machiavelli (1469-1527) è uno di quegli uomini intorno ai quali si continua a discutere, da quasi cinque secoli, sebbene con minore passionalità che in altri tempi.
Da lui (come in pochissimi altri casi, quali Platone, Epicuro, Voltaire) è derivato un aggettivo: machiavellico = ispirato a principi che esaltano l’astuzia e la mancanza di ogni scrupolo nei rapporti politici e sociali (Devoto-Oli).

Virtù e fortuna in Machiavelli

LA FORTUNA PER GUICCIARDINI

Le discussioni sul “segretario fiorentino” hanno ruotato a lungo sul problema del rapporto tra politica e morale.

Di lui si sono occupati storici, filosofi, politici, scrittori, critici letterari.
Uno dei primi a esprimersi su Machiavelli è il fiorentino Francesco Guicciardini, nelle “Considerazioni sui Discorsi di Machiavelli”. In questo testo Guicciardini non accetta la prospettiva, cara agli antichi e ancora sostenuta dall’autore dei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio”, che fa della storia, soprattutto degli esempi tratti dall’antica Roma, un modello permanente. Guicciardini non accetta il motto di Cicerone, indiscusso per gli umanisti, “Historia magistra vitae”. Tuttavia le riserve del suo concittadino e amico, più giovane di alcuni anni, riguardano il metodo più che la sostanza. Ambedue infatti hanno sul mondo e sulla storia una visione che si può ricondurre a un generico realismo, che in Guicciardini è forse più disincantato che nel “segretario fiorentino”.

Tema sulla fortuna per Machiavelli

NICCOLO' MACHIAVELLI

“La letteratura cinquecentesca su Machiavelli ha carattere essenzialmente polemico” – osserva Mario Puppo, che seguo come guida in questo profilo; “essa si sviluppa nell’età della Controriforma, dopo che le sue opere erano state messe all’indice nel 1559”. Machiavelli è confutato tanto da cattolici, fra i quali spiccano il cardinale inglese Pole e il gesuita Possevino, quanto da protestanti. Gli si rinfaccia di aver formulato teorie immorali e contrarie alla tradizione.
In effetti sia nell’insieme sia nei particolari il quadro disegnato da lui è molto lontano dal profilo del principe che si trova nei libri dei suoi contemporanei, quali a esempio Erasmo, e in genere nella trattatistica rinascimentale (v. “Il cortegiano” di Castiglione).
Intanto però la prassi di governo sembra seguire da vicino e anche oltrepassare le massime che l’inquietante pensatore ha disseminato soprattutto nel “principe”.
Già in taluni dei suoi confutatori del ‘500 “appare accennata la tesi, destinata ad avere tanta fortuna e svariati sviluppi fino all’800, di un Machiavelli obliquo, che avrebbe composto “Il principe” per spingere un tiranno a seguire procedimenti, che lo avrebbero condotto alla rovina” (Puppo).

Fra XVI e XVII secolo si sviluppa una corrente, che prende nome dal fondamentale libro di un giurista e politico piemontese, Giovan Battista Botero “Della ragion di Stato” (1589).
”La “ragion di Stato” è il “complesso delle norme che il principe deve seguire per governare avvedutamente il suo stato, senza tuttavia offendere la morale cristiana” (Puppo). La concezione inaugurata da Botero sarebbe “un machiavellismo timorato di Dio” (Abbagnano).

Nel ‘600 Traiano Boccalini, pur condannando come perversa la ragion di stato, ammette che Machiavelli abbia reso un servizio ai sudditi, rivelando loro le arti malvagie dei principi ovvero “mettendo denti di cane in bocca alle pecore”.
Il giusnaturalismo, ritornato in auge in una forma laica soprattutto con Groot, influisce sulla cultura del ‘700 in senso avverso a Machiavelli. In questa direzione si colloca l’”Antimachiavelle” di Federico II, riveduto da Voltaire. Eppure proprio nel ‘700 troviamo i primi giudizi favorevoli.

Giuseppe Baretti, giornalista e scrittore tra i più originali, riprende in senso apologetico la tesi di un Machiavelli obliquo. Jean-Jacques Rousseau ritiene che egli mascheri con l’esaltazione dei Medici il suo amore per la libertà e definisce “Il principe” il libro dei repubblicani.

Vittorio Alfieri riconosce che qua e là nel “Principe” ricorrono massime immorali, avanzate più per rivelare le ambizioni e le crudeltà dei principi che non per indurre questi a praticarle; ma dagli altri suoi scritti il lettore sensibile, profondo, che s’immedesimi in lui, non può “riuscire se non focoso entusiasta di libertà e illuminatissimo amatore di ogni politica virtù”. In questo giudizio sentiamo già la voce di un preromantico.