Elettra di Sofocle: commento

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Commento del passo della tragedia di Sofocle Elettra, vv. 1211-1228 (4 pagine formato txt)

ELETTRA SOFOCLE: COMMENTO

La "Elettra" di Sofocle.

La tragedia senza tragico. Le "Coefore" di Eschilo rappresentavano l'evento centrale della trilogia che narrava il mito degli Atridi, il matricidio commesso dai due fratelli Elettra ed Oreste. Ma se nell'opera del suo predecessore il senso tragico era reso con molta efficacia concentrando l'attenzione sul personaggio di Oreste, nella "Elettra" di Sofocle questa concentrazione si sposta evidentemente sulla sorella, che mostra tutta la sua determinazione a voler porre fine agli abusi subiti da parte della madre Clitennestra e del suo amante Egisto, dopo che questi hanno ucciso suo padre Agamennone. Il matricidio diviene qui una conseguenza inevitabile, non costituisce più il fulcro problematico della tragedia: in questo senso diciamo che l'opera di Sofocle è una "tragedia senza tragico".
Ma quali sono le ragioni che spingono Elettra a desiderare così ardentemente la morte della madre? Ci troviamo ancora di fronte ad una vendetta commessa per adempiere alla volontà di un dio, per rendere giustizia al padre defunto?

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ELETTRA DI SOFOCLE: COMMENTO

Pare proprio di no. Elettra è ritratta da Sofocle con straordinaria profondità psicologica, il suo disagio di fronte ad una libertà che le è stata sottratta dal dispotico Egisto ed alla meschinità della madre, sfocia in un odio incontenibile che la porterà alla vendetta senza che questo le provochi rimorso o la macchi di una qualche colpa. Ma questo va inevitabilmente a scontrarsi con una morale che non accetta più la vendetta, con una società che condanna il delitto e le intenzioni con le quali è stato compiuto: questa incompatibilità tenta di essere risolta offrendo un quadro completo della situazione in cui si trova Elettra dopo la morte del padre, in cui il matricidio è l'unica possibilità per potersi riappropriare del proprio destino, della propria libertà. Ma questa volontà disperata di appropriarsi del proprio destino non è forse una condizione comune a tutti gli uomini? L'esistenza non è, forse, una continua lotta contro coloro che ostacolano questo raggiungimento? Nell'Atene democratica, in cui il "kràtos" è appunto nelle mani della collettività, non c'è spazio per l'individualismo dei personaggi di Sofocle, non è ammessa la realizzazione di una felicità al di fuori di una morale assoluta e generale.