L'incontro con Polifemo

Appunto inviato da bertu85
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Traduzione dal greco del celebre passo dell'Odissea dell'incontro da Polifemo e Ulisse, con relativa analisi e commento (1 pagine formato doc)

Il Ciclope “O stranieri, chi siete? Da dove voi navigate lungo gli umidi sentieri? Forse andate errando per qualche commercio o alla rinfusa, come predoni sul mare, i quali vanno errando dopo aver messo a repentaglio la loro vita e procurando danno agli estranei?”.
Così disse, e a noi, allora, si spezzò il cuore, poiché fummo presi dalla paura per la sua profonda voce e per il suo aspetto mostruoso. Ma anche così, rispondendogli, mi rivolsi a lui con queste parole: ”Noi, Achei [provenienti] da Troia, deviati da venti d'ogni genere sul grande abisso del mare, tornando verso casa, percorremmo un'altra strada, altri sentieri; così Zeus in qualche modo voleva decidere. Noi ci vantiamo di essere uomini dell'Atride Agamennone, la cui gloria è ora grandissima sotto il cielo: una tanto grande città distrusse e tanto numerosi uomini uccise! Noi, da parte nostra, siamo giunti prostrandoci alle tue ginocchia [per vedere] se tu ci offrissi un'accoglienza ospitale o se altrimenti ci dessi un altro dono, com'è uso nei riguardi degli ospiti.
Orsù, o potentissimo, rispetta gli dei. Siamo tuoi supplici. Zeus è vendicatore di supplici e degli ospiti, Zeus ospitale che accompagna gli ospiti venerandi”.

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Così io dicevo e quello prontamente mi rispondeva, con animo spietato: ”Sei davvero ingenuo, o straniero, o sei giunto da lontano, tu che mi ordini di temere o di sfuggire gli dei. I ciclopi, infatti, non si preoccupano né dell'egioco Zeus, né dei beati, poiché siamo davvero molto più forti. Né io, nel tentativo di evitare l'ira di Zeus, risparmierei te, né i tuoi compagni, se il cuore non me lo ordinasse. Orsù, dimmi dove fermasti, arrivando, la nave ben costruita, se da qualche parte all'estremità o qui vicino, affinché io lo sappia”. Così diceva, mettendomi alla prova, ma non sfuggiva a me, che sapevo molte cose, ed io, di rimando, rispondevo con parole astute: ”Poseidone, scuotitore di terra, m'infranse la nave contro gli scogli, dopo averla gettata contro, ai confini della vostra terra, una volta che l'ebbe avvicinata ad un promontorio. Il vento la spinse lontano dall'alto mare. Io con costoro fuggii la morte rapida”.

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Così dicevo, e lui, con animo spietato, non mi rispondeva nulla ma, dopo essere balzato contro i miei compagni, metteva loro le mani addosso e, dopo averne afferrati due, come cuccioli li buttava a terra. Il cervello si spargeva fuori sul terreno e bagnava la terra. Egli, fattili a pezzi, si preparò la cena; mangiava come un leone cresciuto sui monti e non lasciava nulla, né interiora, né carni, né ossa con il midollo. Noi, allora, piangendo, alzammo le braccia a Zeus, al vedere quegli atti empi; l'incertezza dominava nel nostro animo.