Leopardi, Schopenhauer e Pascal a confronto

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Il pessimismo leopardiano ricorda la riflessione di altri due importanti nomi della cultura e della filosofia, Pascal e Schopenhauer. Il pensiero di Schopenhauer e di Pascal a confronto (2 pagine formato doc)

SCHOPENAHUER E PASCAL

Il pessimismo leopardiano ricorda, per certi versi, la riflessione di altri due importanti nomi della cultura e della filosofia: Blaise Pascal (1623-1662) e Artur Schopenhauer (1788-1860).

Anche secondo Blaise Pascal, infatti, l’uomo è perennemente insoddisfatto: nulla “è insopportabile all’uomo quanto essere in un completo riposo, senza passioni, senza faccende, senza divertimento, senza un’occupazione.

Avverte allora il proprio nulla, il proprio abbandono, la propria insufficienza, la propria dipendenza, il proprio vuoto.
Subito saliranno dal profondo dell’animo suo la noia, l’umor nero, la tristezza, il cruccio, il dispetto, la disperazione” (Pensieri, 131). Questo vuoto deriva dal fatto che la natura visibile e conoscibile dall’uomo “non è che un segmento impercettibile nell’ampio seno della natura”; ma allora “cos’è un uomo nell’infinito?”, e “cos’è un uomo nella natura?”. Egli è “un nulla in confronto con l’infinito, un tutto in confronto al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto”. Da qui nasce la sua condizione di insoddisfazione: l’uomo è infatti incapace “di conoscere con certezza e di ignorare in modo totale”.

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PASCAL FILOSOFO

Questa è, secondo Pascal, “la nostra condizione naturale, e tuttavia la cosa più contraria alla nostra inclinazione; noi bruciamo dal desiderio di trovare un assetto stabile e un’ultima base solida per edificarvi una torre che si innalzi all’infinito; ma ogni nostro fondamento scricchiola e la terra si apre sino agli abissi […] La nostra ragione è sempre delusa dalla mutevolezza delle apparenze; nulla può fissare il finito tra i due infiniti che lo racchiudono e lo sfuggono” (Pensieri, 84). L’individuo si occupa allora di divertissement, ossia di occupazioni in cui si impegna all’unico scopo di nascondere a se stesso questo minaccioso senso di vuoto e di noia. “Gli uomini -dice Pascal- non avendo potuto liberarsi dalla morte, dalla miseria, dall’ignoranza, hanno deciso, per essere felici, di non pensarci” (Pensieri, 168). Leopardi troverebbe in questo brano il motivo per cui sono soprattutto gli animi più sensibili, come per esempio i poeti, a sentire questo senso di insoddisfazione: a differenza degli altri uomini, essi pensano, e pensando giungono a riconoscere che l’uomo è essenzialmente infelice, perché destinato a morire.

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BLAISE PASCAL: FILOSOFIA

Pascal sostiene che sia il pensiero della morte a scuotere l’individuo e a fargli riscoprire la propria dignità di essere pensante: “L’uomo è manifestamente fatto per pensare; in questo sta tutta la sua dignità” (Pensieri, 146). La morte inoltre è da amare, perché libera l’uomo dalla vita e dal corpo, entrambi contaminati, secondo la visione religiosa di Pascal, dal peccato originale. La morte è quindi lo svincolarsi dell’uomo dalla propria condizione di dolore e sofferenza; è il ritorno a Dio, autore e fine dell’esistenza. L’uomo durante la sua vita è quindi salvato non, come per Leopardi, dalla poesia, ma dalla ricerca di Dio, in un mondo dove i segni della presenza divina sono assenti.
Nella propria riflessione, Pascal presenta un uomo che, spaventato dal “silenzio eterno di questi spazi infiniti” e consapevole della propria attuale miseria causata dal peccato originale, mira a recuperare qualcosa della propria originaria grandezza (è infatti creatura di Dio) mediante la dignità del pensiero. Il Cristianesimo, da parte sua, è visto come unica risposta coerente all’enigma dell’uomo, che si chiarisce solo alla luce della fede: nessun senso avrebbero dolore, vuoto, miseria, senza la redenzione, la grazia divina e la vita immortale.