Montale - "Non recidere, forbice, quel volto"

Appunto inviato da bettaparisi
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Appunti sulla poesia di Montale "Non recidere, forbice, quel volto" (2 pagine formato doc)

ITALIANO
MONTALE: “NON RECIDERE, FORBICE, QUEL VOLTO”
La poesia è tratta dalla raccolta “Le occasioni” del 1939, in cui il “TU” generico degli “Ossi di seppia” diventa un riferimento ad una figura femminile, figura che in Montale è sempre cantata nella sua assenza ed è il correlativo oggettivo di una speranza salvifica, di una guida tra conoscibile e inconoscibile, tra mondo terreno e ultraterreno, come Beatrice per Dante.
In particolare, in questa poesia, il “volto” è quello di Irma Brandeis, chiamata con il soprannome mitologico di Clizia, che fa riferimento alla figlia dell'Oceano, amata e poi abbandonata dal Sole, che ella continua però ad amare così intensamente da trasformarsi in Girasole. 


Il titolo della poesia è ripreso dal 16° canto del Paradiso di Dante, in particolare dal verso in cui Cacciaguida afferma “Lo tempo va dintorno con le force”;  nei componimenti di Montale è infatti spesso presente il riferimento alla Divina Commedia di Dante, da cui riprende anche il plurilinguismo e l’allegoria: come in Dante, i componimenti sono composti da un livello letterale e un livello allegorico, che in Dante rappresenta un disegno provvidenziale in cui tutto è spiegato attraverso la divinità, attraverso Dio, mentre in Montale è costituito da elementi senza senso ed alla causa si sostituisce il caso. 


Attraverso il correlativo oggettivo, nella prima strofa il poeta chiede alla forbice simbolica del tempo di non distruggere l’unico volto femminile rimasto intatto nella sua memoria, mentre nella seconda strofa rappresenta lo stesso tema mediante l’immagine concreta dell’ascia del giardiniere, che taglia la cima di un’acacia, che il poeta descrive come “ferita” dal taglio e quindi dalle forbici del tempo, che distruggono ciò che è rimasto dell’estate, dei momenti felici, rappresentati dal guscio della cicala, che cade nel fango di Novembre, passando quindi da un passato felice ad un presente avvolto nel male di vivere, che è quella condizione esistenziale di dolore, di precarietà, di angoscia che Montale, così come tutti gli uomini, vive ogni giorno e dalla quale non si può sfuggire, se non attraverso la divina indifferenza, una posizione di distacco, il rifiuto di farsi coinvolgere nel dolore, l’indifferenza tipica della divinità che rimane impassibile davanti alla miseria del mondo.


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