La poetica dell'ermetismo, Umberto Saba, il Futurismo

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Nella varietà di atteggiamenti culturali e formali di cui fu ricco il Decadentismo, si inserisce la corrente poetica dell’ermetismo, che si afferma negli anni che precedono il secondo conflitto mondiale.
Il termine, che cominciò ad usarsi intorno al 1920 e venne chiarendosi nelle sue ragioni di cultura e di poetica fra il 1930 – 1940 è destinato a divenire sinonimo di oscurità e di indecifrabilità. Si riconoscono appartenenti a questo movimento Mario Luzi, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale.
Cifra comune dei poeti ermetici è il contrasto tra il mondo reale e quello che l’artista sente pulsare dentro di se e del quale può appagarsi.
Carattere costante è la ricerca di una poesia essenziale, nella quale la parola abbia una sua assolutezza nuda e l’espressione rifugga da ogni abbandono alla retorica, alla discorsività, al sentimentalismo, profilandosi come dettata da improvvisa illuminazione.
L’aggettivo inoltre non ha valore descrittivo, ma andrà a sfumare l’oggetto in dimensione non realistica con la sinestesia (dal greco = percezione contemporanea) cioè con l’unione di termini appartenenti a campi sensoriali diversi: voce striata, oscurità melodiosa, bianco silenzio, odore biondo.
La poesia non deve ne descrivere ne rappresentare: deve evocare.
Non importa l’immediata comprensibilità del messaggio, quanto il valore dell’esperienza dell’atto poetico, che sarà comunicativo solo quando capace di suscitare un’analoga esperienza nel lettore. Di qui anche la programmatica polisemia (ambiguità), l’oscurità intenzionale o meno, maggiore o minore, della poesia che poi appunto prese il nome di ermetica.