Ab urbe condita

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Traduzione di un estratto (Libro XXX, Cap. 12) dell'opera di Tito Livio. (1 pg - formato word) (0 pagine formato doc)

Ab urbe condita Ab urbe condita Tito Livio Libro XXX Capitolo 12 Massinissa, lasciato un presidio vicino alle porte e ai punti importanti delle mura, per non lasciare a nessuno l'uscita con la fuga, spronato il cavallo, si reca ad occupare la raggia.
Sofonisba, la moglie di Siface, figlia di Asdrubale cartaginese, corse incontro sulla soglia incontro a lui che entrava, e avendo visto Massinissa, che spiccava in mezzo allo schieramento dei soldati per le armi e il resto dell'abbigliamento, reputando che fosse il re, quale era, inginocchiandosi davanti alle sue ginocchia disse “Gli dei ti hanno permesso di potere tutto su di noi e anche il tuo valore e fortuna, ma se è lecito a una prigioniera parlare con voce implorante presso il padrone della sua vita e della sua morte, se è lecito toccare le sue ginocchia e la sua destra vittoriosa, ti supplico per la regia maestà in cui fummo anche noi prima, per il nome della gente Numida, che fu comune a te e a Siface, per gli dei di questa casa, che possono accoglierti con auspici migliori di quelli che mandarono a Siface da qui, che tu conceda questo perdono alla supplice che tu stesso, qualunque cosa voglia l'animo, né permetta che io sotto il comando crudele e superbo di qualsiasi romano. Se non fossi stata nient'altro che la moglie di Siface, nondimeno preferirei provare le lealtà di un Numida, nato con me nella stessa Africa, anziché quella di uno straniero e di un estraneo.
Vedi bene cosa sia da temere per una cartaginese da un Romano, cosa per la figlia di Asdrubale. Se non potessi in altro modo, ti prego e ti scongiuro di liberarmi con la morte dal dominio dei romani.” La bellezza era eccezionale e la giovinezza proprio in fiore, così mentre lei abbracciare ora le ginocchia ora la destra, chiedendo la sua lealtà in modo che non la desse ad alcun romano, essendo le sue parole più vicine alle carezze che alle suppliche, l'animo del vincitore non solo fu pietoso, ma incline all'amore, come è la gente della Numidia, ma il vincitore fu preso dall'amore per la prigioniera. Data la destra per promettere lealtà in ciò che gli veniva chiesto, entrò nella reggia. Egli stesso dopo, indugiò nel pensare fra sé in quale modo potesse tenere fede alla promessa, poiché non poteva risolvere questo, prende una decisione coraggiosa e indecorosa dettata dall'amore:ordina che si organizzi improvvisamente il matrimonio per quella stessa giornata, affinché non lasciasse nulla da decidere a Lelio o a Scipione nel dover giudicare riguardo alla prigioniera, che sarebbe stata già la moglie di Massinissa. Celebrato il matrimonio, arrivò Lelio e non nascose che non era d'accordo sul fatto, tanto che, inizialmente, tentò di spedire a Scipione, insieme con Siface e gli altri prigionieri, anche lei, tolta al letto nuziale. Vinto poi dalle suppliche di Massinissa, che chiedeva che delegasse a Scipione la decisione di quale dei due re lei dovesse seguire la fortuna, mandato Siface e i prigionieri, ricevette la resa delle