De Rerum Natura, libro I (vv. 1-61)

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Traduzione dal latino dei versi 1-61 del Libro del De rerum Natura di Lucrezio. (formato txt) (0 pagine formato txt)

DE RERUM NATURA (Lucrezio) Libro primo (vv.
1-61) O progenitrice degli Eneadi, piacere degli uomini e degli dei, alma Venere, che il mare navigabile, che le terre produttrici di messi riempi sotto le stelle trascorrenti del cielo, poiché per opera tua viene concepita tutta la stirpe degli animati e, nata, vede la luce del sole: te o dea, fuggono i venti, te e il tuo arrivo le nubi del cielo, per te l'industre terra fa spuntare fiori soavi, per te sorride la distesa del mare e splende di luce soffusa il cielo placato: infatti non appena si spalanca lo spettacolo del giorno primaverile e, liberato dal gelo dell'inverno, prende forza lo spirare vivificatore di Favonio, per primi gli uccelli dell'aria annunziano te, o dea, e il tuo arrivo, colpiti nel cuore dalla tua forza; allora le bestie feroci balzano fra i pascoli fecondi e guadano i fiumi vorticosi: così presa dal tuo fascino ognuna con bramosia ti segue là dove tu ti appresti a portarla; insomma per i mari e i monti e i fiumi travolgenti e le frondose case degli uccelli e i campi verdeggianti, a tutti insinuando nei cuori suadente amore fai in modo che con desiderio propaghino le generazioni secondo la specie; e poiché tu sola governi la natura e senza di te nulla nelle plaghe celesti della luce nasce e diviene lieto e amabile, te io bramo che mi sia compagna nello scrivere i versi che io tento di comporre sulla natura per il nostro discendente di Memmio, che tu, dea, in ogni momento hai voluto che eccellesse, ornato di ogni dote. Perciò a maggior ragione aggiungi, dea, alle parole un fascino eterno.
Fa in modo che intanto le imprese feroci della guerra placate si acquietino per i mari e tutte le terre; infatti tu sola puoi aiutare con la tranquilla pace gli uomini, dal momento che Marte potente nelle armi regge le feroci imprese della guerra, lui che spesso, vinto dall'eterna ferita d'amore, reclina il capo sul tuo grembo, e così guardandoti dal basso col ben tornito collo adagiato pasce d'amore il suo avido sguardo anelando a te, dea, e il respiro di lui supino pende dalla tua bocca. Tu, o dea, da sopra abbracciando col tuo corpo divino lui che è disteso effondi dalla bocca suadenti parole richiedendo serena pace per i Romani, gloriosa; infatti né noi possiamo procedere con animo sereno nell'infelice situazione della patria, né l'illustre discendenza di Memmio in tale situazione può venir meno alla comune salvezza. E necessario infatti che ogni natura divina goda di per sé di vita immortale con somma pace, staccata dalle nostre vicende e collocata lontano. Infatti, privata di ogni dolore, privata dei pericoli, essa stessa piena di potenza per i propri mezzi, per nulla bisognosa di noi, né viene condizionata da opere buone né viene toccata dall'ira. Per il resto, avvaliti di orecchie libere (e di un animo sagace) privo di affanni per raggiungere il vero pensiero, affinché i miei doni, disposti per te con attenzione fedele, tu non li trascuri disprezzati prima ancora di essere stati capiti. In