Deucalione e Pirra - Ovidio

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Deucalione e Pirra - Al primo libro delle metamorfosi di Ovidio la leggenda di Deucalione e Pirra, progenitori della stirpe umana. Si salvarono dal diluvio universale e approdati su un isola, diedero vita ad uomini e donne scagliando pietre. vv.285-415- (0 pagine formato txt)

Su aperti campi i fiumi scorrono liberi e traggono alberi e uomini e bestie e case ed are divine; e dove una casa rimane, che alla furia poté non travolta resistere, l'onda il tetto ha coperto più alta montando e stanno nascoste le torri oppresse dai gorghi.
Tra il mare e la terra non c'era confine: tutto era mare; scomparsi erano i lidi. Chi sta sopra i colli, chi su le barche siede a remare dove prima spingeva l'aratro: naviga questo su per le messi e sui tetti della casa sommersa, quello va pesci prendendo su l'olmo più alto. L'ancora, al caso affidata, s'infigge nel prato, la chiglia schiaccia le vigne; e là, dove dianzi brucavan le docili capre, le foche stendono adesso il corpo deforme. Guardano stupite boschi sott'acqua e case e paesi le ninfe Nereidi; urtano contro le querce i delfini saltando tra i rami; nuota fra il gregge il lupo; l'onda trascina i leoni e le tigri; al cinghiale non giovan le zanne fulminee né al cervo travolto dall'acque le gambe veloci.
Dopo aver lungamente cercato un lembo di terra per potersi fermare, cadono in mare gli uccelli erranti con l'ale stancate. Aveva coperto ogni colle la furia immensa del mare, i flutti toccavano strani le cime dei monti. L'onda rapisce la massima parte degli uomini e chi l'onda risparmia muore per lungo digiuno. Divide i Beoti dai campi dell'Eta la Fòcide, terra ferace, mentre fu terra, ma allora non altro che parte di mare e distesa vasta di acque cadute improvvise. Ivi un monte di nome Parnaso s'innalza con duplice vetta oltre le nubi verso le stelle. Là Deucalione (essendo dall'acqua tutto il resto coperto) da piccola barca portato, approda e con lui la compagna di letto: le ninfe Corìcie, i geni dei monti essi adorano e Temi fatidica, che oracoli dava in quel tempo. Non uomo di lui fu migliore, del giusto più amante; non donna più di lei religiosa. Giove, vedendo la terra stagnare in paludi e solo di tante migliaia un uomo restato e sola una donna, entrambi innocenti e devoti, disperse le nubi col vento Aquilone, la terra al cielo scopri nuovamente e il cielo alla terra. Si placa l'ira del mare; Nettuno, deposto il tridente, addolcisce le acque e chiama Tritone ceruleo sporgente dal mare, il busto coperto e le spalle di mùrice; lo sprona a dar fiato alla tromba, a ritrarre indietro col suono l'onde marine e i torrenti. La bùccina torta egli prende che a spire s'allarga dal giro più basso, la bùccina che a mezzo del mare soffiata riempie le spiagge di suoni all'oriente e all'occaso. Anche allora, appena le umide labbra del dio toccò per la barba e fece echeggiare il richiamo, da tutte le onde fu udita, terrestri e marine, e tutte costrinse a tornare nei corsi consueti. I fiumi s'abbassano, riemergono i colli, i lidi cingono il mare, rientrano i rivi pur gonfi nei letti, riappare la terra, riaffiorano i campi al decrescer dell'acque. Mostrano i boschi le nude cime fangose. Il ritorno era del mondo. Ma quando deserto Deucalione lo vide e vuota nell'alto silenzio giacere la terra, in l