Il libro V del De rerum natura

Appunto inviato da luckyfofo
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Untitled Libro V Chi può con mente possente comporre un canto degno della maestà delle cose e di queste scoperte? O chi vale con la parola tanto da poter foggiare lodi che siano all'altezza dei meriti di colui che ci lasciò tali doni, cercati ?e? trovati dalla sua mente? Nessuno, io credo, fra i nati da corpo mortale.
Infatti, se si deve parlare come richiede la conosciuta maestà delle cose, un dio fu, un dio, o nobile Memmio, colui che primo scoperse quella regola di vita che ora è chiamata sapienza, e con la scienza portò la vita da flutti così grandi e da così grandi tenebre in tanta tranquillità e in tanto chiara luce. Confronta, infatti, le divine scoperte che altri fecero in antico.
E in effetti si narra che Cerere le messi e Libero la bevanda prodotta col succo della vite abbian fatto conoscere ai mortali; eppure la vita avrebbe potuto durare senza queste cose, come è fama che alcune genti vivano tuttora. Ma vivere bene non si poteva senza mente pura; quindi a maggior ragione ci appare un dio questi per opera del quale anche ora, diffuse tra le grandi nazioni, le dolci consolazioni della vita placano gli animi. E se crederai che le gesta di Ercole siano superiori, andrai molto più lontano dalla verità. Quale danno, infatti, a noi ora potrebbero recare le grandi fauci del leone nemeo e l'ispido cinghiale d'Arcadia? E ancora, che potrebbero fare il toro di Creta e il flagello di Lerna, l'idra cinta di un baluardo di velenosi serpenti? Che mai, coi suoi tre petti, la forza del triplice Gerione * tanto danno farebbero a noi ?gli uccelli? abitatori ?del lago? di Stinfalo e i cavalli del tracio Diomede che dalle froge spiravano fuoco, presso le contrade bistonie e l'Ismaro? E il guardiano delle auree fulgide mele delle Esperidi, il feroce serpente, che torvo guatava, con l'immane corpo avvolto intorno al tronco dell'albero, che danno alfine farebbe, lì, presso il lido di Atlante e le severe distese del mare, dove nessuno di noi si spinge, né alcun barbaro s'avventura? E tutti gli altri mostri di questo genere che furono sterminati, se non fossero stati vinti, in che, di grazia, nocerebbero vivi? In nulla, io credo: a tal punto la terra tuttora pullula di fiere a sazietà, ed è piena di trepido terrore, per boschi e monti grandi e selve profonde; luoghi che per lo più è in nostro potere evitare. Ma, se non è purificato l'animo, in quali battaglie e pericoli dobbiamo allora a malincuore inoltrarci! Che acuti assilli di desiderio allora dilaniano l'uomo angosciato e, insieme, che timori! E la superbia, la sordida avarizia e l'insolenza? Quali rovine producono! E il lusso e la pigrizia? L'uomo, dunque, che ha soggiogato tutti questi mali e li ha scacciati dall'animo coi detti, non con le armi, non converrà stimarlo degno d'essere annoverato fra gli dèi? Tanto più che bene e divinamente egli fu solito proferire molti detti sugli stessi dèi immortali e coi suoi detti rivelare tutta la natura. Sull'orme sue io cammino e, mentre seguo i suoi ragionament