Lucrezia - Tito Livio

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Traduzione di "Lucrezia" da "Ad urbe condita" di Tito Livio, libri I, 57-58. (formato txt) (0 pagine formato txt)

"La vita militare al campo, come avviene in una guerra più lunga che aspra.
dava luogo a licenze abbastanza frequenti, tuttavia più per gli ufficiali che per i soldati. I giovani della famiglia regia, ad esempio, passavano il tempo in conviti e in baldorie. Per caso, mentre gozzovigliavano presso Sesto Tarquinio, e insieme con loro pranzava anche Collatino Tarquinio figlio di Egerio, il discorso cadde sulle mogli. Ciascuno elogiava ardentemente la propria; e si accese una disputa. Collatino disse che non c'era bisogno di parole: si poteva accertare nello spazio di poche ore quanto sopravanzasse le altre la sua Lucrezia. "Perché, giovani vigorosi come siamo, non montiamo a cavallo e non andiamo di persona a vedere il comportamento delle nostre donne La prova più manifesta sarà data da quanto apparirà ai nostri occhi all'arrivo improvviso del marito".
Erano caldi di vino; e tutti gridano "Andiamo. A spron battuto volano a Roma. Vi giungono al primo cader delle ombre; di là proseguono per Collazia; dove trovano Lucrezia non come le regie nuore, che avevano veduto passar con le amiche il tempo in dissoluti banchetti, ma seduta nel mezzo dell'atrio, a notte inoltrata, intenta a filare la lana fra le ancelle veglianti operose. In quella gara della virtù femminile la vittoria fu di Lucrezia. Ella accolse gentile il sopraggiunto marito e i Tarquinii. Il marito vincitore invita i giovani regii gaiamente a cena. E là una trista brama invase Sesto Tarquinio di violentare Lucrezia: la bellezza e la mirabile castità lo eccitavano. Ma intanto da quel notturno divertimento giovanile essi tornarono al campo. Trascorsi pochi giorni, Sesto Tarquinio ad insaputa di Collatino, con un solo compagno, andò a Collazia. Qui fu cortesemente ricevuto, tutti ignorando il suo proposito; e poi che dopo la cena fu introdotto nella camera degli ospiti, arso d'amore, quando tutto gli parve abbastanza sicuro all'intorno e tutti erano immersi nel sonno, si recò, con una spada in pugno, presso Lucrezia dormiente; e premendo con la mano sinistra il seno della donna, disse: "Taci, Lucrezia; sono Sesto Tarquinio, ho in mano la spada; se gridi, ti uccido". E mentre la donna, destatasi di soprassalto atterrita, vedeva ogni soccorso impossibile e soltanto la morte sopra di sé, Tarquinio le svelava il proprio amore, la pregava, univa alle preghiere minacce, agitava in tutti i modi l'animo della donna. E come la vedeva ostinata nel respingerlo e neppure piegarsi al terrore della morte, aggiunse al terrore l'infamia: disse che avrebbe messo accanto a lei morta uno schiavo nudo strangolato, perché si credesse ch'era stata uccisa nell'ignominia di turpe adulterio. Poi che la libidine aveva quasi a forza vinto col terrore l'ostinata pudicizia e Tarquinio era partito fiero dell'espugnato onore della donna, Lucrezia, dolente per la grande sventura, mandò un messaggero medesimo al padre in Roma e al marito in Ardea perché venissero a lei coi loro amici più fidi; cosi era da farsi e sùbito: era ac