Orazio: Ode 7, Libro IV

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Analisi dell'Ode 7, Libro IV di Orazio (4 pagine formato doc)

ORAZIO: ODE 7, LIBRO IV

Orazio Ode 7, Libro IV.

Questa ode Orazio la dedica al suo amico Torquato, e secondo Antonio La Penna questa è la “regina di tutte le odi oraziane”, un altro studioso appassionato di Orazio è Eduard Fraenkel e ricorda che è l’unica ode che un celeberrimo scrittore husman si sentì portato a tradurre.
È uno dei tanti simboli dei vertici insuperabili in cui è arrivata la poesia oraziana.
Questa ode presenta molte affinità con la ode IV del I libro perché entrambe scritte con lo stesso metro che è la strofe archilochea seconda ed iniziano fra l’altro con la descrizione dell’arrivo della primavera tutte e due; questi componimenti hanno una descrizione naturalistica all’inizio. E tutte e due termine con la cosiddetta meritatio mortis, cioè una riflessione serena ( meditazione), sul fatto che subito dopo la stagione della primavera mentre la primavera vengono dietro le altre stagioni in un ciclo continuo quale è il ciclo della natura,  invece per noi una volta che é terminata la breve stagione della giovinezza noi dobbiamo iniziare un cammino di non ritorno perché torneremo ad essere pulvis ed humbra, il tono è di delicata malinconia, la fugacità del tempo è una realtà per tutti gli uomini che hanno avuto la possibilità di nascere in questa terra.

Orazio: Epistole e Ars poetica

ODE IV, 7 ORAZIO: ANALISI

Per l'uomo non valgono le stesse leggi che invece valgono nella natura, quando finisce la breve stagione noi torneranno nel mondo di quelli che non saranno più.
Orazio in questa ode ha un tono diverso, rispetto a quelli che abbiamo letto, quasi marmoreo come sono quelle epigrafi che vengono incise nelle lastre di marmo dei sepolcri e spesso viene in mente un versetto che troviamo anche nella Bibbia nel libro di Giacobbe, che troviamo anche nella Genesi.
La polvere biblica è diversa da quella oraziana, però la meditazione è uguale.
“Si sono disciolte(sciolte) le nevi, ritornano ormai le erbe ai campi e le fronde (chiome) agli alberi, la terra muta aspetto e i fiumi che si abbassano tornano (rientrano) dentro le sponde, la Grazia con le Ninfee e le due sorelle osa condurre nuda i cori, non sperare cose immortali (non fare pensieri eterni) ammonisce l’anno e l’ora che sottrae (ruba-porta via) il giorno datore di vita, i geli invernali sono raddolciti al soffio di Zefiro, l’estate travolge la primavera, estate che è (sarà) destinata a sparire (finire) non appena l’autunno portatore di frutti avrà sparpagliato (sparso) le messi (i frutti) e subito torna l’oscuro (il fermo-inerte) inverno.
Tuttavia le lune veloci (i veloci movimenti della luna) riparano i danni del cielo (celesti) ma noi una volta che siamo piombati laddove si trovano(ci sono) il padre Enea, i divini Tullo e Anco, noi siamo polvere ed ombra.

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