Funzione del coro greco

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La funzione del coro greco e caratteristiche di tre tragediografi greci, quali: Eschilo, Sofocle ed Euripide (1 pagine formato doc)

CORO GRECO: FUNZIONE

Funzione del coro.

Il coro (da Coreuein, danzare) al tempo di Eschilo era composto da 12 coreuti, che divennero 15 con Sofocle. Era formato dai coreuti che cantavano e ballavano, guidati dal corifeo. Si può dire che fosse un vero e proprio personaggio che commentava le azioni. Non per forza, però, ciò che diceva aveva a che fare con la scena.
Il coro raccoglieva l’umore della città e lo esprimeva.  Al tempo di Eschilo il coro eseguiva il suo canto in armonia con la musica e con la danza. Anche quando non agisce, il coro è sempre presente, ma non blocca ne devia il corso dei fatti. Il coro dialogava con gli attori, commentava l’azione e guidava lo spettatore nella comprensione di ciò che accadeva. Col tempo, però, subì un forte ridimensionamento, prima venendo sempre più sganciato dall’azione, poi (in Euripide), venendo ridotto a eseguire solo i embolima, «canti d’intermezzo» e spesso era sostituito da duetti lirici(come nell’Elena), invece di canti corali.

La tragedia greca: riassunto

TEATRO GRECO

Divinità nei tre tragici. Eschilo: il teatro di Eschilo si inserisce in una profonda dimensione religiosa. Il suo mondo è dominato da un ordine cosmico che vede Zeus come suo difensore; inoltre la frequente presenza di creature demoniache quali l’Ate o le Erinni evidenzia il forte rapporto tra mondo umano e quello divino. Il disordine iniziale può essere ricomposto solo tramite una collaborazione tra uomini e dei (Orestea).
Sofocle: pur essendo di forte religiosità, mentre Eschilo si sofferma sul rapporto uomini-dei, lui si concentra più sull'uomo e sugli aspetti che lo legano al destino. Non c'è cinismo di Euripide, ma non c'è una speranza, gli dei ci sono ma non intervengono; l'unica soluzione sarebbe una collaborazione, che però è resa nulla dagli avvenimenti.

IL CORO IN EURIPIDE

Euripide: influenzato dal sofismo, critica i valori tradizionali anche della religione. Gli dei non sono capaci di risolvere i problemi dell'uomo, non ci può essere una collaborazione e quindi non c'è una speranza.
Eschilo: pathei matos, ubris
Attraverso il dolore, che ogni uomo è destinato a soffrire, egli matura la propria conoscenza. L'uomo si rende conto, scontando la sua pena, dell'esistenza di un ordine perfetto e immutabile che regge il suo mondo. Non è un caso che questi messaggi(“Dike solo a chi ha sofferto concede sapienza”), siano formulati tutti dal Coro, per indirizzarli chiaramente al popolo.
Ll'uomo riceve il male dagli dèi per conseguenza alla colpa di ubris, che sarebbe l'eccesso e la tracotanza, commesso dagli uomoni. Gli dèi nel teatro eschileo sono fautori di giustizia e puniscono gli uomini giustamente quando peccano di ubris. Ogni disordine iniziale è causato da un’atto di ubris(Agamennone che uccide Ifigenia, Serse che vuole combattere da solo tutti i Greci).