"Andria" (di Terenzio)

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Il primo testo teatrale di Publio Afro Terenzio, uno dei maggiori commediografi latini. Appunto di Commento. (file doc, 1 pag) (0 pagine formato doc)

Un prologo polemico Un prologo polemico Andria (1 - 27) Nato a Cartagine alla fine del II secolo a.C., Publio Afro Terenzio, è uno dei maggiori commediografi latini.
Fu condotto schiavo a Roma da Cartagine dal senatore Publio Terenzio Lucano, che gli diede un'educazione da uomo libero e lo affrancò. Il giovane ne assunse il primo nome, mentre il nome acquisito, Afro, connotava la sua origine africana. A Roma Terenzio allacciò saldi legami di amicizia con Scipione Emiliano, al quale faceva capo un vivace circolo letterario. Il suo primo testo teatrale fu Andria, messo in scena nel 166 a.C. Il prologo di Andria ha la funzione di respingere l'accusa di “contaminatio”di Luscio Lanuvino.
Scritto, evidentemente, dopo che la commedia era stata rappresentata, non fa alcuna allusione alla trama o ai personaggi. L'autore afferma, in primo luogo, che sua unica preoccupazione è stata quella di rivolgere l'animo allo scrivere affinché le sue composizioni riuscissero gradite al popolo (in questo caso quello colto, poiché l'unico in grado di concepirlo). Come secondo punto fa riferimento Menandro e a due sue opere, l'Andria e la Perizia: “…qui utramvis recte norit ambas noverit; non ita dissimili sunt argumento…(con norit, forma sincopata che sta per noverit)” ovvero fa notare come altri autori di fama utilizzino dei modelli preesistenti per la loro composizione. A circa metà del prologo compare l'unica puntata ironica del componimento: “Factiunte intellegendo ut nihil intellegant?” ossia, “Dopo aver tanto compreso non agiscono forse in modo che invece non capiscono proprio niente?”. Nei versi successivi Terenzio indica come suoi maestri Nevio, Plauto ed Ennio, pertanto chi lo accusa, denuncia anche loro: “…Qui cum hunc accusant, Naevium, Plautum, Ennium accusant…”. Altro tema posto dall'autore è il fatto che le “scene” da lui emulate non siano quelle che rappresentano la diligenza dei loro primi creatori, bensì possano far parte di quelle che ostentano la loro non curanza: “… quorum aemulari exoptat neglegentiam potius quam istorum obscuram diligentiam…”. Da ricordare l'utilizzo di arcaismi e “particolarità” come qui che sta per quomodo che ha valore di ut, quaeso al posto di quaero, la forma sincopata norit in funzione di noverit, ne invece che nisi, relicuom anziché reliquam.