Cino da Pistoia

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La vita e lo stile di Cino, che "maestro di Francesco Petrarca e del sommo Bartolo fu dottissimo giureconsulto". (file.doc, 2 pag) (0 pagine formato doc)

CINO DA PISTOIA CINO maestro di Francesco Petrarca e del sommo Bartolo fu dottissimo giureconsulto.
Il suo commento sopra i primi nove libri del Codice fu la maraviglia di quella età. Ristoratore del diritto romano, aperse nuove vie alla scienza e non fu uomo, come dice Bartolo, che più di lui desse luce alla civil giurisprudenza. L'amore di Selvaggia lo fece poeta, ma non poté mutare la sua mente. In luogo di rappresentare i suoi sentimenti come poeta egli li sottopone ad analisi come critico, e ne ragiona sottilmente. Posto fuori della natura e nel campo della astrazione, ogni limite del reale si perde; e quella stessa sottigliezza che legava insieme i concetti più disparati e ne traeva argomentazioni e conclusioni fuori di ogni realtà e di ogni senso comune, creava ora una scolastica poetica, o per dirla col suo nome, una rettorica ad uso dell'amore, piena di figure e di esagerazioni dove vedi comparire gli spiritelli d'amore che vanno in giro e i sospiri che parlano. In luogo di persone vive, abbondano le personificazioni.
In un suo sonetto, de' meglio condotti e di grande perfezione tecnica vuol dire che nella sua donna è posta la salute: mèta sì alta, che avanza ogni sforzo d'intelletto, e però non resta altro che morire. Questo è rettorica, non solo per la strana esagerazione del concetto, ma per il modo dell'esposizione scolastico e dottrinale. Questa donna, che andar mi fa pensoso, Porta nel viso la virtù d'Amore: La qual fa disvegliar altrui nel core Lo spirito gentil che vi è nascoso. Ella m'ha fatto tanto pauroso, Poscia ch'io vidi quel dolce signore Negli occhi suoi con tutto 'l suo valore, Ch'i lo vo presso e riguardar non l'oso. E s'avvien poi che quei begli occhi miri. Io veggio in quella parte la salute, Ove lo mio intelletto non può gire. Allor si strugge si la mia vertute, Che l'anima che move li sospiri, S'acconcia per voler del cor fuggire. Una così strana esagerazione non può essere scusata che dall'impeto e dalla veemenza della passione. Ma qui non ce n'è vestigio; ed hai invece una specie di tema astratto, che si fa sviluppare nelle scuole per esercizio di rettorica. La prima quartina è una maggiore di sillogismo; intelletto, animo, core, sospiri, virtù di onore e spirito gentile sono le sottili distinzioni e astrazioni delle scuole. Esule ghibellino, si levò a grande speranza, quando seppe della venuta di Arrigo di Lussemburgo; e quando seppe della sua morte, scrisse una canzone. Quale materia di poesia! dove dovrebbero comparire le speranze, i disinganni, le illusioni e i dolori dell'esule. Ma è invece una esposizione a modo di scienza sulla potenza della morte e l'immortalità della virtù. Ancora più astratta e arida è la canzone sulla natura d'amore di Guido Cavalcanti, dottissimo di filosofia e di rettorica; la qual canzone fu tenuta miracolo da contemporanei. CONCLUSIONI SU CINO DA PISTOIA Questo primo svegliarsi di una coscienza artistica è già notato in Cino. Egli scrive con manifesta intenzione di far rime polite