La figura di Creusa nell'Eneide: riassunto

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La figura di Creusa nell'Eneide: brevi considerazioni sul personaggio (2 pagine formato doc)

LA FIGURA DI CREUSA NELL'ENEIDE: RIASSUNTO

La figura di Creusa.

La figura dell’Eneide che più mi ha colpito è quella della moglie di Enea, Creusa che seppur comparendo solo all’inizio del poema è fondamentale perché predice al marito il lungo viaggio e gli intima di partire.
La scena della comparsa del fantasma della donna è molto commovente e intensa: durante la fuga Enea si accorge già lontano dalla città che sua moglie non è più dietro di lui, quindi affida i Penati, il padre Anchise e il figlio Ascanio ai servi e corre indietro per cercare Creusa. Non trovandola urla disperatamente il suo nome e in quel momento gli appare l’ombra della moglie che lo conforta pregandolo di non farsi sconfiggere dal dolore poiché ha davanti a sé un lungo viaggio che lo porterà alle foci del Tevere.
La moglie predice ad Enea anche il matrimonio con Lavinia e il regno. Il fantasma è del tutto uguale a Creusa solo un po’ più grande e parla ad Enea con le parole dolci e commoventi di una sposa che non vuole intralciare il destino che gli dei hanno immaginato per suo marito.

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LA FUGA DALLA CITTA', ENEIDE: RIASSUNTO

Anche se è chiaro che Creusa è ancora innamorata di lui questa intima ad Enea di viaggiare in paesi lontani e di sposare un’altra principessa; è chiaro che vuole che si compia il destino dello sposo. La donna tenta però di rassicurare il compagno non finirà sicuramente concubina di Neottolemo né schiava di qualche regina greca piochè è stata miracolosamente assunta dalla Grande Madre Cibele come custode del suo culto.

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L'ADDIO DI CREUSA: RIASSUNTO

La raccomandazione finale di Creusa è anch’essa ricca di dolce amore per la sua famiglia: chiedendo ad Enea di prendersi cura del figlio e di “conservarne” l’affetto è come se anche lei gli fosse vicino.
Dopo l’ultimo addio Enea tenta tre volte di afferrare la sua compagna invano facendoci ancora una volta notare il forte simbolismo del numero perfetto che è spesso presente nei poemi quando si ha a che fare con le anime dei defunti quasi a sottolineare l’incredulità dell’uomo di fronte alla morte.