L'infinito.

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Breve analisi del testo de "L'infinito" di Leopardi. (2 pg -formato word) (0 pagine formato doc)

Analisi del testo del "L'infinito" L'infinito Composto nel 1819 a Recanati, pubblicato nel 1826 a Bologna, fa parte delle sei liriche (L'infinito; La sera del dì di festa; Alla luna; Il sogno; Lo spavento notturno; La vita solitaria) che il Leopardi, appena ventenne, chiamò “idilli”, cioè poesia ispirata ai campi, alla pace e all'amore e stampò con la data comune del 1819, benché fossero composti fra il '19 e il '21, forse a indicare che in quell'anno furono tutti ideati.
La tensione verso l'infinito, che rappresenta il tema di questo componimento, è sentita dagli scrittori italiani ed europei. La meditazione scaturisce da una situazione in cui la possibilità visiva di spaziare oltre l'orizzonte è limitata dalla siepe.
Proprio questo da origine al potere dell'immaginazione del poeta che inizialmente immagina l'immensità dell'infinito, poi la voce del vento lo riporta al presente. Forma metrica: endecasillabi sciolti (15 endecasillabi); Leopardi rifiuta la tradizionale suddivisione dei versi in quartine e terzine e si serve dell'endecasillabo sciolto, creando una struttura continua che riproduce il fluire ininterrotto dell'immaginazione. Sempre caro fu al poeta il colle Tabor perché solitario (“ermo”) e dunque tale da permettergli un raccoglimento più concentrato e quella siepe che lo sguardo, il quale invano si spinge a scrutare la linea dell'orizzonte. Ma egli, sedendo sul colle dietro quella siepe, e guardando quel panorama limitato e chiuso dalla siepe, si crea nell'immaginazione (“io nel pensier mi fingo”) uno spazio senza termine (“interminati spazi”) e un silenzio più che umano (“sovrumani silenzi”), quali non avrebbe potuto immaginare se, in assenza della siepe, avesse abbracciato con lo sguardo un panorama più vasto, ma tutto determinato. Manca poco che il poeta non si smarrisca atterrito in quell'infinito che la fantasia stessa ha evocato. Nella pace di quel silenzio infinito, uno stormire di foglie riscuote il Leopardi e, dal senso dell'infinito spaziale, passa a quello dell'infinito temporale. Poi il poeta confronta fra loro quel silenzio dell'infinito che aveva prima evocato con quello stormire di fronde. Gli viene in mente l'eterno, cioè il tempo che non finisce mai, al quale si contrappongono le età già passate (“le morte stagioni”) e quella presente, la generazione degli uomini vivi, e i suoni delle loro voci: tutto ciò insomma (ma questo il poeta lo suggerisce soltanto) che è destinato ben presto a essere inghiottito dall'eterno, dal silenzio infinito dei secoli. La conclusione arriva, solenne dopo che il poeta ha evocato il dramma della vita fragile delle creature immerse nell'infinito dello spazio e del tempo. A causa di queste fantasie, il pensiero del poeta si abbandona a questa idea dell'infinito.