Secretum

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Il Secretum di Francesco Petrarca. Due pagine. (0 pagine formato doc)

Untitled Secretum (il [mio] segreto); prosa latina.
De secreto conflictu curarum mearum (il conflitto segreto dei miei affanni), secondo il titolo forse originale. Secretum de contempu mundi (il [mio] segreto, ovvero il disprezzo del mondo), dal titolo della prima edizione a stampa, pubblicata nel 1473 a Strasburgo. Composto nel 1342-43 o nel 1347, passato a successive revisioni, non fu mai pubblicato da Petrarca durante la sua vita per ragioni di opportunità e di pudore; l'opera è frutto di una profonda crisi interiore, in cui si trovano coinvolti la sua cultura preumanistica, il suo amore per i classici, per l'arte, per la gloria, per le seduzioni del mondo. A innescare il processo è l'incontro con l'opera di sant'Agostino: nel 1325 acquista il De civitate Dei, nel 1333 gli vengono donate le Confessioni dal frate agostiniano Dionigi da Borgo San Sepolcro.
La conversione di Agostino impressionò Petrarca, come osserviamo nella lettera inviata a frate Dionigi nel 1336, in cui narra l'ascesa al monte Ventoso e di come si trovasse a leggervi il passo che ammonisce: “Corrono gli uomini ad ammirare le cime delle montagne, i flutti vasti del mare, il lungo corso dei fiumi, l'immensità dell'oceano, le rivoluzioni degli astri, e così facendo dimenticano se stessi”; di qui la svolta: Fu così che io rivolsi a me stesso gli occhi della mia mente. L'opera narra in tre libri tre giornate di dialogo allegorico fra tre personaggi: sant'Agostino e Petrarca, alla presenza della Verità, personaggio muto che funge da garante della sincerità della confessione petrarchesca. La ricorrenza del numero tre rimanda alla tradizione simbolica medievale, da cui tuttavia l'opera si distacca per le coordinate ideologiche, precisate fin dal proemio attraverso il richiamo agli autori prediletti da Petrarca: Platone, Cicerone, Boezio e Agostino. La prima giornata è dedicata alla diagnosi del male che affligge l'anima di Petrarca, e dal quale, a suo dire, egli non può liberarsi, mentre per sant'Agostino la verità è che egli non vuole; la volontà dunque di Petrarca si rivela come una volontà debole, incapace di realizzare ciò in cui pure egli crede, ciò cui egli sinceramente aspira, e soggetta anzi alle tentazioni fuorvianti del mondo. Proprio da queste è necessario liberarsi per superare, attraverso il disprezzo del corpo e la meditazione della morte, il limite della fragilità umana e dei turbamenti a essa legati. Nel secondo libro, Agostino costringe Petrarca a una puntigliosa autoanalisi, e quindi al riconoscimento e alla confessione dei suoi difetti. Vengono smascherati tutti quegli aspetti - la cultura, l'eloquenza, la fama, la bellezza - che, lontani dal costruire vanti reali di Petrarca, sono i vuoti contenuti della sua superbia. Avidità, orgoglio, ambizione, lussuria sono così riconosciuti come i peccati che trattengono il poeta lontano dalla virtù. Accanto a essi compare la fatale accidia, la più terribile malattia dell'anima, una sorta di depressione priva di