La voce dell’Adda

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La "voce" dell’Adda e il ruolo del paesaggio nei Promessi Sposi. (file.doc, 1 pag) (0 pagine formato doc)

Lucio Sampò cl La “voce” dell'Adda e il ruolo del paesaggio nei Promessi Sposi Il Manzoni, nel diciassettesimo capitolo, narra come Renzo Travaglino, profondamente turbato dalle false e inquietanti parole del mercante, si preoccupi di allontanarsi dalla gente e affidi la sua salvezza a un elemento della natura, l'Adda.
In questo capitolo, il tema della fuga raggiunge il grado di massima tensione emotiva nel personaggio. Manzoni, infatti, rappresenta gli eventi, l'ambiente e il paesaggio dal punto di vista di Renzo, che si rimise in cammino mentre le tenebre gli venivano incontro. Qui, l'Adda, diventa, per buona parte della narrazione, punto di riferimento e simbolo della purificazione, del rifacimento interiore e del passaggio dalla confusione al ridestamento delle energie, che segna lo spartiacque tra dannazione e salvezza, tra un mondo dove sei quel che fai e un mondo dove sei quel che t'impongono di essere.
Nel momento in cui, lo stesso Renzo, aveva perso ogni minima possibilità di trovare il fiume, ed ormai ogni lieve oscillare di fronda e scrosciar di foglia secca, ogni chiaroscuro di luce e tenebra, provocato dalla luna, si traducevano in immagine stregata; l'irrazionale stava per prevalere, la paura stava per trasformarsi in disperazione e egli era tentato di tornare indietro, ecco, che la tanta cercata voce dell'Adda gli ridette sicurezza in se, dato che essa sembrava come quella di una persona conosciuta, sembrava anche il ritrovamento d'un amico, d'un fratello, d'un salvatore, che aveva il potere di ridare, appunto, fiducia, ed era diventata certo punto di riferimento; ma era anche una voce di una potenza religiosa da cui Renzo sentiva di essere accompagnato e benedetto. Questo ritrovamento divise in due parti l'episodio: il dietro caratterizzato dalle tenebre, dal ribrezzo e dalla solitudine, mentre il davanti caratterizzato, invece, dalla gioia e dalla preghiera, per il ringraziamento a Dio. Riguardo al paesaggio, il Manzoni stesso, lo considera come un elemento tecnico molto importante, che porta alla risoluzione di un problema fondamentale: come far capire al lettore, in profondità, l'anima dei personaggi, dando nel contempo una collocazione spaziale, ben precisa, in campo aperto, nella vicenda; ed è opportuno per questo che il paesaggio manzoniano non è mai fine a se stesso e non si appaga di fissare un aspetto della natura, ma trascrive un aspetto dell'umanità, cosicché esso è considerato come lo stato d'animo dei personaggi; basti vedere le varie descrizioni, come quella della passeggiata di don Abbondio, che cercava di evitare i sassi che incontrava sul suo cammino, da cui si può capire il suo carattere di “evita guai”, oppure la descrizione, più eloquente, del palazzotto di don Rodrigo, citato come un luogo vile e tenebroso, ricco di casupole al cui interno, ed esterno, si potevano intravedere tipi loschi, ovvero bravi, pronti a tutto. Questa capacità, del Manzoni, di far diventare il paesaggio esterno