il pianista

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Recensione del film sull'orrore del nazismo "il pianista" di Roman Polanski (2 pagine formato doc)

IL PIANISTA IL PIANISTA Capolavoro cinematografico sull'orrore del nazismo, sull'abisso della solitudine, sul potere salvifico della musica.
Palma d'oro a Cannes, Roman Polanski rivisita la sua infanzia (fuggì ragazzino dal ghetto di Cracovia e la madre morì ad Auschwitz ) attraverso la storia del grande musicista ebreo Wladyslaw Szpilman, che scampò miracolosamente alla morte e allo sterminio che eliminò sei milioni di ebrei. Il film attraversa quei sei anni di mostruosa violenza e il dramma vissuto dal pianista. Polanski fa parlare la storia e le sue atrocità senza sbavature e senza retorica: l'umiliazione di tutta la famiglia, il tracrollo economico fino alla miseria, l'emarginazione sociale e i locali vietati agli ebrei, l'imposizione della croce di David e lo sradicamento fino alla concentrazione nel ghetto e alla sua chiusura in vista delle deportazioni di massa verso i lager. È l'angoscia del nulla che deglutisce il futuro nella cloaca del nazismo.
Il nostro "chopin" polacco sfugge senza volerlo a questo destino finale (la sua famiglia sarà sterminata) e con l'aiuto degli amici e dei polacchi che organizzano la resistenza si nasconde nelle loro case. Dalle finestre di queste case, nella più completa solitudine e spesso ridotto alla fame, assiste al crollo del III Reich, finché aiutato da un capitano della Wermacht che lo nasconde nella soffitta della sua residenza ritrova la libertà all'arrivo delle truppe russe (che quasi lo uccidono perché per scampare al gelo dell'inverno indossa il cappotto che gli ha regalato il nazista). Il soggetto del film è l'autobiografia del musicista polacco. Musica e sopravvivenza sono anche i temi del film di Roman Polanski, che con questa suo sedicesimo lungometraggio ci dà un saggio straordinario di cinema: sarebbero sufficienti a iscriverlo di diritto nella storia del cinema le sequenze tra le vie del ghetto (ricostruito a Babelsberg) in cui il protagonista sgomita tra corpi deliranti e macilenti, grattando un altro giorno alla vita, cercando di respirare e di ritrovare nella musica il pane che non può mangiare. Oppure il cinema incorniciato dalle finestre delle case in cui trova rifugio, assistendo impotente al teatro della ferocia dei nazisti quando questi gettano da un balcone un vecchio paralitico che dopo l'irruzione nell'appartamento non ha ubbidito all'ordine «in piedi!». Polanski ci mette di fronte all'atrocità della guerra, che non risparmia nessuno e distrugge la dignità degli uomini. Non è molto diverso lo spettacolo costruito in questi ultimi anni dalla televisione e dai protagonisti della nostra attualità. I nazisti non avevano tempo per la retorica e le finzioni: erano quello che erano e non lo nascondevano, cioè non invadevano in nome della democrazia e non sterminavano in nome della libertà o di un Dio. Polanski mostra uno spirito del dominio e del demoniaco che si è fatto motore della storia e lo racconta attraverso gli occhi di un uomo. Il regista sostituisce alla macchina da presa il co