Guerra e pulizia etnica nel '900.

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Conflitti tra etnie, nazionalismi, genocidi, guerre civili, dittature e totalitarismi. (7 pg - formato word) (0 pagine formato doc)

La guerra tra etnie, tra gruppi sociali o religiosi sembra essere oggi la forma più diffusa di conflitto Doveva essere migliore degli altri il nostro XX secolo.
Non farà più in tempo a dimostrarlo… Conflitti tra etnie, nazionalismi, genocidi, guerre civili, dittature e totalitarismi: le vittime del Novecento ammontano a circa 170 milioni di persone. Il secolo delle grandi rivoluzioni scientifiche e della definitiva affermazione della democrazia passerà alla storia come uno dei più sanguinosi nella vicenda dell'uomo. Alla fine di questo millennio, che celebra i suoi successi scientifici e tecnologici, vige ancora, quindi, un tragico principio: quello secondo cui il fine giustifica i mezzi. Quaranta milioni di morti fu il tragico bilancio della seconda guerra mondiale: un carico di dolore che non ci ha insegnato assolutamente nulla.
Il misterioso e atroce gioco dei potenti continua a svolgersi senza nessuna interruzione, usando come pedina la vita dell'uomo. C'è però da osservare che è cambiato il genere di conflitto che attraversa il mondo da un antipode all'altro. Augurandoci che il modello di conflitto mondiale su scala internazionale sia del tutto tramontato, perché potrebbe portare soltanto alla scomparsa del genere umano sotto forma di catastrofe nucleare, ci troviamo di fronte a metodologie diverse di contesa armata, non meno pericolose ed insidiose. La realtà della guerra di oggi è quella del conflitto armato tra etnie diverse, che si contrappongono con un accanimento e una violenza inaudite. Ai margini del sistema bipolare della guerra fredda, infatti, si sono moltiplicate, a partire dal 1945, nuove guerre che si possono definire “postmoderne”, scatenate da assurde passioni ideologiche e intolleranze, in cui i civili non sono più le vittime “collaterali”, ma gli obiettivi principali. Questi massacri postmoderni esplodono alla luce del sole in Africa e in Asia e si perpetuano in Medio Oriente. Il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, la cui azione è ormai sempre più vicina a un'incriminazione formale da parte del Tribunale internazionale dell'Aja, li introduce nel cuore dell'Europa. Le sue vittorie e le sue uniche imprese d'armi sono città rase al suolo, assediate, martirizzate, sterminate. In Croazia, in Bosnia, nel Kosovo, non vince le sue battaglie contrapponendo un esercito a un altro: le sue truppe si battono principalmente contro donne, bambini e anziani disarmati. Inestirpabile, il seme della violenza dà nuovi frutti a due passi dall'Italia. Gli albanesi del Kosovo sono le ultime vittime di un secolo colmo di odio, ferito in profondità da crimini efferati, che sconvolgono per la sistematicità con cui sono stati perseguiti. La dignità umana ne esce distrutta, irrimediabilmente. Ci aveva ingannato la tregua atomica, il fatto che aveva del miracoloso che, pur avendo armi capaci di distruggere il mondo, le superpotenze non le usassero, e la generale e ancor più miracolosa sicurezza della gente che si po