La colazione, di Manet

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MANET: “LA COLAZIONE (NELL'ATELIER)” - 1868 - olio su tela, 120x154 - Monaco - Bayerische staatsgemaldesammlungen MANET: “LA COLAZIONE (NELL'ATELIER)” 1868 - olio su tela, 120x154 - Monaco - Bayerische staatsgemaldesammlungen   All'inizio degli anni sessanta Édouard Manet (1832-1883) si stava imponendo sulla scena artistica parigina come uno dei giovani più promettenti.
Alla base della sua opera c'era la conoscenza della grande tradizione della pittura tra Velazquez e Goya, ma il linguaggio usato, caratterizzato da un modellato ottenuto essenzialmente attraverso il colore, indipendentemente dal disegno, appariva decisamente “moderno”. In questo dipinto rifiutato al Salon del 1870, i tre personaggi appaiono estranei l'uno all'altro, quasi provenissero da ben distinti contesti, reciprocamente impermeabili.
Il giovane in primo piano, vestito alla moda, con lo sguardo altezzoso fisso al di là di chi osserva, è Léon Leenhof figlio naturale di Manet. Nel personaggio che fuma, Manet ritrae l'amico Auguste Rousselin. Sulla sinistra una giovane donna reca una caffettiera. Sul tavolo e lungo il lato sinistro della tela sono collocati vari elementi di “natura morta”: ostriche e stoviglie, un elmo del Seicento e due spade moresche, un ficus in un vaso di ceramica. Sotto il profilo compositivo l'opera si iscrive in due triangoli ai vertici dei quali sono i tre personaggi e i tre gruppi di natura morta. L'equidistanza tra le tre figure ripropone uno schema classico - contraddetto peraltro, dalla mancanza di un tessuto narrativo che le accomuni sicché l'unità che ne deriva è di natura singolarmente astratta. Il nitore quasi fiammingo del primo piano viene sfumandosi gradatamente man mano che si procede verso lo sfondo. Tale procedimento è adottato da Manet per far emergere i primi piani, accentuare il volume degli oggetti rappresentati e conferire allo spazio maggior profondità. Il risalto del giovane Leenhof è potenziato dall'inquadratura che taglia le gambe, in modo ardito, all'altezza dei ginocchi. L'opera è ritmata dal contrapporsi di zone di luce e d'ombra, ottenute giustapponendo macchie di colore. Per la giacca di Leenhof Manet utilizza il nero come colore alla maniera dei giapponesi, come ebbe a riconoscere anni dopo Henri Matisse: “Gli orientali si sono serviti del nero come colore, soprattutto i giapponesi nelle stampe. Più vicino a noi, di un certo quadro di Manet, mi torna in mente che la giacca di velluto nero del giovanotto col cappello di paglia è di un nero schietto con riflessi di luce” (Henri Matisse, Il nero è un colore, 1946). Manet non dipingeva su fondo scuro, ma direttamente sulla tela o su uno strato preparatorio leggero, quasi trasparente. L'attenzione ai particolari, la resa volumetrica e la finitezza dei primi piani avvicinano Manet all'area del Realismo, mentre la più sommaria trattazione dello sfondo e l'uso cromatico del nero costituiscono una novità destinata a incidere