pensiero politico 500-600

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defijnizione di stato moderno, machiavelli, Tommaso Moro, realisti, antirealisti (Bodin, Barclay) (2 pagine formato doc)

IL PENSIERO POLITICO NEL `500 E `600 IL PENSIERO POLITICO NEL `500 E `600 Il lungo processo di edificazione dello Stato moderno (sec.
XIII-XVIII) stimolò profondamente la riflessione teorica, in particolare nei sec. XVI e XVII. La piena affermazione di questa nuova realtà istituzionale aveva infatti bisogno di una duplice legittimazione: In primo luogo lo Stato Moderno doveva giustificare l'accentramento di potere, a scapito delle pretese universalistiche di papato e impero e dei privilegi rivendicati dai nobili (retaggi questi dell'ordinamento feudale tipico del Medioevo). Tale obiettivo venne raggiunto opponendo al costituzionalismo medievale questi due principi: Rex est imperator in regno suo, superiorem non recognoscens (il re non ammette perciò limitazioni del suo potere, né da parte di poteri esterni - papa e imperatore - né da parte di poteri interni - i nobili -); Quod principi placuit legis habet vigorem (la volontà del re determina le leggi, cui i sudditi debbono sottostare).
In secondo luogo era necessario individuare i fondamenti dell'autorità e dei poteri dello Stato; e ciò avvenne non ricorrendo (come nel Medioevo) a una legittimazione divina, ma grazie a un approccio laico, che riconosceva e rivendicava l'assoluta autonomia della sfera politica sia dalla religione che dalla morale (e in questo senso fu cruciale l'opera di Machiavelli). Quest'ultimo elemento caratterizza la riflessione politica di inizio `500. Tanto More, quanto Machiavelli, pur affrontando la questione in maniera radicalmente opposta (guardando all'utopia il primo; soffermandosi sulla “verità effettuale” il secondo) partirono dalla constatazione che l'ordine sociale e politico non è il frutto di un progetto trascendente, divino, ma piuttosto il risultato degli interessi e degli obiettivi dei vari stati, dei potenti e dei gruppi sociali. Di fronte alle contraddizioni e alle ingiustizie della società inglese THOMAS MORE (1478-1535) nella sua celeberrima opera Utopia (1516) immagina e descrive l'isola di Utopia (l'isola che non c'è), nella quale la proprietà privata è abolita, tutti lavorano ma per poche ore al giorno, così c'è molto tempo libero per le attività intellettuali. Il tutto in un clima di pace e tolleranza religiosa e con il vantaggio di una vita sociale regolata da poche e chiare leggi e guidata da un gruppo di illuminati intellettuali. Con grande lucidità e realismo More era però conscio che la cultura e la razionalità non avrebbero potuto incidere davvero sulla cruda e cinica realtà del potere. Istruito dalla sua diretta attività politica nella complessa situazione dell'Italia di fine `400 NICCOLO' MACHIAVELLI (1469-1527) espresse in maniera chiarissima l'idea che la politica è un'attività totalmente autonoma da religione e morale e che si giustifica indipendentemente dai fini che persegue (secolarizzazione della politica). Se la politica è una lotta per la conquista e il mantenimento del potere, lo storico deve cercare di capirne i meccani