Italia post-unitaria: destra e sinistra storica

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Riassunto sulla destra e sinistra storica nell'Italia post-unitaria (2 pagine formato docx)

ITALIA POST-UNITARIA: DESTRA E SINISTRA STORICA

Italia post-unitaria.

La destra storica: Rattazzi, Minghetti. Verso i primi anni di vita, il Regno d’Italia dovette affrontare problemi molto complessi: si trattava infatti non solo di completare l’unificazione nazionale ammettendo il Veneto e il Lazio, ma anche di amalgamare regioni e popolazioni assai diverse per tradizioni e struttura economica.
La destra storica tenne per oltre un decennio il governo (1861 – 1876), imponendo al paese un regime rigidamente accentrato che si attuò per un verso attraverso la “piemontizzazione” forzata di tutta la penisola, dall’altro come tacito accordo tra la borghesia imprenditoriale del nord e i feudatari del sud.
Di questa solidarietà pagavano le spese le classi subalterne costrette a prestare il servizio militare obbligatorio e a pagare numerose imposte indirette (come quella sul macinato voluta da Sella), ma escluse dal diritto di voto e da ogni partecipazione al potere.
Le speranze di riscatto dei contadini meridionali, suscitate inizialmente dalla spedizione dei Mille, andarono pertanto completamente deluse ed essi furono spinti ad alimentare le file del brigantaggio che i governi stroncarono solo con una durissima repressione militare (con la legge Pica si istituirono tribunali speciali anti – brigantaggio).

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I PROBLEMI DELL'ITALIA POST UNITARIA RIASSUNTO

Soluzione positive ebbero invece i problemi del Veneto e del Lazio.

Il Regno d’Italia poté infatti annettere il Veneto partecipando come alleato della Prussia nella guerra scatenata dal Bismarck nel 1866 contro l’Austria (terza guerra d’indipendenza).
Assai più travagliato fu il processo che si concluse con la presa di Roma. In due successive occasioni, 1862 e 1867, il Rottazzi cercò di impadronirsi del Lazio mandando allo sbaraglio i garibaldini senza compromettere il governo, ma entrambi i tentativi fallirono.
Nel 1862 Rottazzi fu infatti costretto da Napoleone III a bloccare l’esercito di Garibaldi dall’Aspromonte dopo avergli di fatto permesso di reclutare volontari e di marciare dalla Sicilia alla volta di Roma.
Nel ’67 i garibaldini già penetrati nei territori pontifici furono invece respinti e battuti a Mentana da un corpo di spedizione francese.
Il Lazio fu poi annesso nel 1870 quando il papa, perduta la protezione di Napoleone III (sconfitto nella guerra franco – prussiana) dovette arrendersi alle truppe italiane penetrate a Roma dalla “breccia di Porta Pia” il 20 settembre.
Alla conquista seguì però un durissimo contrasto tra il papato e il Regno d’Italia. Pio IX elevò la più energica protesta contro l’occupazione del suo regno, si dichiarò prigioniero, rifiutò di riconoscere lo stato italiano e respinse la legge delle guarentigie, che entrò comunque in vigore e che si ispirava al principio cavouriano “libera Chiesa in libero Stato”.

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QUESTIONE SOCIALE ITALIA POST UNITARIA

La sinistra storica (1876 – 1896) Depretis, Crispi, Giolitti, Rudinì, Pelloux. Ai governi liberali moderati della destra storica, subentrarono dal 1876 i governi della sinistra che, presieduti quasi sempre dal Depretis, intrapresero una significativa opera di riforma (la legge Coppino che prevedeva l’obbligatorietà dell’istruzione sino al nono anno e la perseguibilità per i genitori inadempienti; l’abolizione della tassa sul macinato; estensione del diritto di voto).
Nello stesso periodo l’Italia firma la triplice alleanza con l’Austria e la Germania, inizia l’occupazione dell’Eritrea e rafforza il proprio apparato militare. Questa decisione favorisce il decollo dell’industria pesante, ma sottrae capitali ad altri settori produttivi, specialmente l’agricoltura che attraverserà una larga crisi, anzi provvedimenti protezionistici varati dal governo innestano una sorta di guerra doganale fra l’Italia e la Francia che danneggia soprattutto le colture ortofrutticole e vitini cole meridionali. Morto il Depretis, gli subentra la presidenza Crispi, un ex democratico bismarchiano convertitosi all’autoritarismo e all’imperialismo che portò al termine l’occupazione dell’Eritrea. L’autoritarismo di Crispi viene più tardi abbandonato da Giolitti durante il cui governo (92-93) l’esigenza del proletariato di darsi un’organizzazione politica e sindacale, non incontra ostacoli, mentre le stesse agitazioni di Sicilia e di Lunigiana, vengono arginate senza il ricorso leggi eccezionali. Questa politica subisce però una brusca interruzione nel 93, quando Crispi tornato al governo, procede a una durissima repressione dei fasci siciliani e del movimento sindacale. Egli tenta anche di imporre il protettorato italiano sull’Etiopia, ma è costretto a dimettersi dopo che le truppe italiane subiscono il duro attacco ad Adua.

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