Opinioni contrastanti sugli indigeni americani

Appunto inviato da federicovi
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Confronto tra il testo "La bestialità degli indigeni" di Tommaso Ortiz e un testo del frate domenicano Bartolomé de Las Casas (2 pagine formato doc)

INDIGENI AMERICANI

Bartolomé de Las Casas.

Opinioni contrastanti sugli indigenti americani. Riassunto: Nel testo “la bestialità degli indigeni” il frate domenicano Tommaso Ortiz scrisse che i nativi americani si nutrivano di carne umana e li accusò di non seguire la giustizia, di essere inutili e che non avevano nessun tipo di umanità. Inoltre affermò che amavano ubriacarsi e che non erano in grado di prendere decisioni. Oltre a ciò Ortiz li caratterizzò come nulla facenti e come persone che non portavano rispetto per nessuno ed erano villani, spietati e accaniti.
Un altro aspetto rappresentato da Ortiz e quello della religione che affrontò raffigurando gli indigeni come sfavorevoli ad ogni tipo di dottrina e quindi privi di fede.

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GENOCIDIO NATIVI AMERICANI

Insomma, il frate domenicano sosteneva che gli amerindi non dovevano essere considerati e che andavano schiavizzati senza pietà. Di tutt’altra visione sembrava essere Bartolomé de Las Casas che descrisse gli indios come gente paziente, pacifica, delicata e poverissima e dotati di un intelligenza limpida. I metodi dei conquistadores (che volevano trarre dalle nuove terre un rapido e facile profitto), invece, sono comparati a quelli dei lupi, tigri o leoni il cui unico obiettivo era quello di estirpare e cancellare dalla faccia della terra quelle popolazioni. Emblematica è la frase “non hanno avuto più rispetto né maggiore considerazione o stima non dico per quanta ne hanno per le bestie ma di quanta ne hanno per lo sterco della strada” riferita alla considerazioni dei conquistadores per gli amerindi.

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Commento: L’opinione che T. Ortiz espone nel testo è evidentemente diffamante nei confronti degli indigeni. Il suo scopo sembra essere quello di dare una giustificazione delle violenze e dei massacri inferti dai conquistatori. Era una sorta di propaganda dell’idea che gli indigeni fossero esseri inferiori, meritevoli di essere sterminati o schiavizzati e, quindi, da considerarsi come energia da consumare in modo simile al legno o al carbone.
Il pensiero di Ortiz, che si può inserire nella prospettiva colonialista, sosteneva, quindi, che gli indigeni sono servi per natura e che la guerra mossa contro di loro è conveniente e giusta a causa della gravità morale dei delitti di idolatria, dei peccati contro natura e dei sacrifici umani da loro commessi e che, infine, l'assoggettamento di sopraffazione avrebbe favorito la loro conversione alla fede. Per l’autore, dunque, la necessità di imporre i valori di civiltà dell’Occidente e la religione cattolica rendeva giustificabile l’impiego di qualsiasi mezzo per assoggettare quei popoli, anche con la violenza, se necessaria.
Contradittoria è l’affermazione di Ortiz che nel suo testo afferma che gli amerindi “amano ubriacarsi ed hanno vini di diverse erbe” sebbene il consumo di bevande alcoliche era severamente vietato prima dell’arrivo degli europei. Questo riesce a rendere l’idea di quanto sia inaffidabile la tesi esposta nel testo.

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Lo scritto di B. de Las Casas, invece, ha lo scopo contrario di quello di Ortiz. Cerca, infatti, di ridare prestigio agli indigeni che dovevano costantemente lottare contro le angherie inflitte da conquistatori. Il frate domenicano fa emergere le condizioni di estrema povertà con cui gli amerindi erano costretti a convivere. Las Casas presenta, inoltre, una puntuale descrizione delle qualità fisiche, morali e intellettuali degli indios, finalizzata alla difesa dell'umanità degli abitanti del nuovo mondo, contro la tesi della loro irrazionalità e bestialità avanzata da Ortiz.
Las Casas si dichiara a favore di una pacifica conversione e afferma la naturale bontà degli indios. Anche gli stessi sacrifici umani sembrano essere giustificabili in quanto indotti dalla religione, al punto che i nativi avrebbero peccato se non avessero onorato i loro dei.