La falconeria medievale e Federico II di Svevia: riassunto

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Descrizione dettagliata della falconeria nel Medioevo e la passione per la caccia di Federico II di Svevia: riassunto (2 pagine formato doc)

FALCONERIA MEDIEVALE

I falconi dell’imperatore
Federico II tra caccia e scienza
Nel corso del Medioevo la caccia era riservata a sovrani e aristocratici.
L’attività venatoria rappresentava la prosecuzione della guerra in tempo di pace e i nobili e cavalieri usavano lo stesso impeto e la stessa partecipazione pari a quelli messi in battaglia.

FALCONERIA FEDERICO II

La caccia: da necessità a privilegio
L’attività venatoria per un sovrano non era solo uno svago ma anche un prova della sua forza e del suo valore.
La caccia richiamava anche la figura di procacciatore di risorse per la famiglia.
Ugo di San Vittore, filosofo francese, nota che l’uomo viene al mondo nudo e indifeso quindi deve trovare riparo per il freddo e ha bisogno di armi per cacciare e quindi soddisfare la sua prima necessità: cibarsi.
Dopo la fine dell’Alto Medioevo la caccia divento un privilegio elitario.
Solitamente l’attività venatoria veniva svolta con i falconi e nel territorio del Sacro Romano Impero, ma anche i musulmani praticavano questa arte.

Il progetto politico di Federico II di Svevia

STORIA DELLA FALCONERIA

Un passaggio di testimone
Questa arte si tramandò a Federico II di Svevia tramite gli arabi di Sicilia, il quale lavorò molti anni alla scrittura del trattato “De arte venandi cum avibus”.

È un testo che pone l’attenzione sulla caccia ma si riferisce anche alla filosofia naturale.
Il falcone: un ambito compagno di caccia
La caccia con il falco nel Medioevo era considerata attività distintiva della figura regale poiché il falco era un animale altero e superbo, che vuole sopraffare tutti gli altri animali e come l’aquila simboleggia l’autorità imperiale.
In una novella del “Novellino”, una raccolta di cento racconti, viene citato Federico II e la sua grande passione per la falconeria. La novella racconta di una battuta di caccia in cui il falco tenta di uccidere un’aquila e viene ucciso. La morale della novella è che in natura c’è un ordine da rispettare e così è anche nella società umana.

DE ARTE VENANDI CUM AVIBUS DI FEDERICO II

Il “De arte venandi cum avibus
Il trattato è stato scritto da Federico II ed è diviso in 2 parti.
La prima descrive di circa 80 esemplari di rapaci e la seconda spiega quali sono le fasi di addestramento del falcone.
L’imperatore e il principe dei filosofi
Nei sei libri della sua opera, Federico II parte da una descrizione generale degli uccelli per poi occuparsi della falconeria propriamente detta.
Si tratta di una vera e propria scienza che s’inquadra in quella “scientia naturalis” di cui Aristotele rappresenta il modello filosofico.
Federico scrive questi libri attraverso la convinzione che il sapere deve essere trasmesso tramite l’esperienza di una persona. La cultura occidentale iniziava ad inquadrare Aristotele come autorità d’eccellenza.
Molto importanti sono le riserve di caccia federicane: San Lorenzo in Pantano (Foggia), Saline, Oasi di Saipi (Trinitapoli), Castel del Monte, Melfi.
Osservazione ed esperienza
Nel “De arte venandi cum avibus” Federico II sottolinea del resto che la sua opera è precipuamente scientifica: egli intende infatti spiegare le strutture e le forze naturali che agiscono nel comportamento degli uccelli.