La Sinistra al governo

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La destra storica cede il governo alla sinistra.Il governo Depretis(formato word pg 5) (0 pagine formato doc)

Nel 1876, la Destra storica cede la direzione del governo alla Sinistra La Sinistra al governo Nel 1876, la Destra storica cede la direzione del governo alla Sinistra.
Indebolita dall'esito delle elezioni del 1874, la Destra si trova divisa su importanti riforme, come quella sostenuta da Minghetti, che prevede il trasferimento allo Stato della gestione delle ferrovie. Contro questo progetto si schierano i deputati della Destra toscana, che si alleano con l'opposizione di Sinistra, ostile alla nazionalizzazione delle ferrovie. Perduto il sostegno della maggioranza parlamentare, Minghetti rassegna le dimissioni e il re Vittorio Emanuele II affida l'incarico di formare il nuovo governo ad Agostino Depretis, con cui giungono a governo gli antichi avversari di Cavour: infatti lo schieramento comprende liberali e moderati, ex garibaldini o mazziniani, pronti a battersi in parlamento a favore delle riforme democratiche. Depretis aveva indicato, in un discorso pubblico, come riforme prioritarie: l'allargamento del suffragio, l'innalzamento dell'istruzione obbligatoria e gratuita, la diminuzione della pressione fiscale, l'introduzione di un moderato decentramento amministrativo.
La necessità di creare un'ampia e solida maggioranza, che dia stabilità al governo, spinge Depretis verso un programma di riforme meno innovative sul quale possa convergere anche il voto di una parte della Destra (Trasformismo). La legislazione varata delude le aspettative: la legge Coppino sull'istruzione, che innalza l'obbligo scolare sino a 9 anni e prevede un'ammenda per i genitori inadempienti, viene parzialmente applicata per la mancanza di fondi dei Comuni; la riforma elettorale, che abbassa l'età e il censo e riconosce il diritto di voto a chi sa leggere e scrivere, produce un allargamento dell'elettorato. L'imposta sul macinato viene abolita, ma rimpiazzata da altre imposte su beni di largo consumo, mentre la riforma amministrativa viene accantonata. Nel 1887 il parlamento vara nuove tariffe doganali sui cereali, zucchero, e i prodotti dell'industria, in modo da difendere le produzioni tipiche dei latifondi meridionali e delle aziende settentrionali. Queste nuove tariffe doganali provocano ritorsioni da parte di nazioni straniere che ostacolano l'importazione dei prodotti italiani. Nel corso degli anni 80, l'Italia conosce le prime forme di industrializzazione nel settentrione, mentre nelle restanti regioni la crisi agraria genera nuove difficoltà. Particolarmente esposto agli effetti della crisi è il Mezzogiorno, dove si denuncia la mancanza di volontà o l'incapacità della classe politica di risolvere il grave problema dello squilibrio tra economia e società settentrionali e meridionali. Si riscontrano gli effetti disastrosi del piemontesismo, l'inefficacia della divisione dei terreni demaniali, dell'unificazione del debito pubblico, l'assenza di iniziative a favore dell'industria. Francesco Crispi diviene nel 1887 presidente del Consiglio. Egli aspira a rafforzare l'au