Psicologia delle folle

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Psicologia delle folle: i tiranni la usano come killer mentale (6 pagine formato doc)

Gustav Le Bon, nato in Francia a Nogent-Le Retrou nel 1841, fu il primo psicologo a studiare scientificamente il comportamento delle folle, cercando di identificarne i caratteri peculiari e proponendo tecniche adatte per guidarle e controllarle.
Per questa ragione le sue opere vennero lette e attentamente studiate dai dittatori totalitari del novecento, i quali basarono il proprio potere sulla capacità di controllare e manipolare le masse. Inizia il fascismo: un manifesto esalta la figura di Mussolini Sia Lenin che Hitler lessero l'opera di Le Bon e l'uso di determinate tecniche di persuasione nella dittatura nazionalsocialista sembra ispirato direttamente dai suoi consigli, ma Mussolini fu certamente il più fervido ammiratore dell'opera dello psicologo francese. "Ho letto tutta l'opera di Le Bon - diceva Mussolini- e non so quante volte abbia riletto la sua Psicologia delle folle.
E' un opera capitale alla quale ancora oggi spesso ritorno". In effetti gli scritti di Le Bon e in particolare la Psicologia delle Folle edita nel 1895 erano una vera e propria miniera d'oro per chi voleva comprendere il comportamento della massa, il nuovo soggetto che si affacciava sulla scena politica negli ultimi decenni dell'ottocento e che avrebbe dominato tale scena nel novecento. La nascita della massa, intesa come "grande quantità indistinta di persone che agisce in maniera uniforme" fu infatti il risultato di un processo storico a cui concorsero una pluralità di cause e che iniziò a prendere forma sul finire del XIX secolo. Nella creazione di una società di massa un ruolo importante fu svolto dall'avanzare del progresso tecnologico, inteso sia come processo di standardizzazione del lavoro sia come modello di produzione di oggetti detti appunto "di massa". La seconda rivoluzione industriale si caratterizzò infatti per una forte razionalizzazione e meccanizzazione dei processi produttivi, i quali tendevano ad omologare e serializzare il lavoro degli operai e degli impiegati. Mentre nella prima rivoluzione industriale l'operaio era impiegato in mansioni che non si discostavano di molto dal lavoro artigianale, a partire dal 1870 il suo lavoro divenne sempre più simile a quello delle macchine e privo di qualsiasi contributo personale nella creazione dell'oggetto. Secondo il classico modello della catena di montaggio, l'operaio doveva semplicemente ripetere infinite volte una serie identica di gesti che non comportava l'intervento di alcuna capacità pratica o tecnica e che finiva per annullare ogni contributo personale nella realizzazione del manufatto. Tale sistema, che finiva per eliminare le differenze tra operai semplici e specializzati e tra operai dotati d'ingegno e semplici esecutori di ordini favorì la creazione di una massa omogenea di lavoratori, i quali non si distinguevano né per genere di impiego, ne per capacità, ne per reddito e che quindi tendevano a formare un gruppo compatto all'interno della società. L'omologazione dei processi pro