Il miracolo economico italiano e l'emigrazione: riassunto

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Riassunto del miracolo economico in Italia e l'emigrazione (3 pagine formato doc)

MIRACOLO ECONOMICO

Il miracolo economico e l'emigrazione.

A metà degli anni cinquanta l’Italia era ancora per molti aspetti un paese sottosviluppato. L’agricoltura continuava ad essere il più vasto settore d’occupazione. La riforma agraria del 1950 e i fondi della Cassa per il Mezzogiorno spesso non furono sufficienti, al centro e al sud, per fare in modo che si riuscisse a produrre più di ciò che serviva per la semplice sussistenza.
Inoltre, quasi la metà (48%) dei contadini del Mezzogiorno erano drasticamente sottoccupati, mentre nel centro e in Veneto la percentuale era lievemente più bassa (rispettivamente 43,8% e 41,3%).

Il boom economico dopo la seconda guerra mondiale: riassunto

MIRACOLO ECONOMICO ITALIANO ED EMIGRAZIONE

Fu così che si trovò una possibile soluzione nell’emigrazione, nelle sue varie forme: in America o in Australia (transatlantica), verso l’Europa settentrionale (specialmente in Francia, Svizzera e Belgio) e, meno spesso in questi primi anni, verso le aree rurali italiane, come la Toscana, la costa ligure e le campagne bolognesi (meta principalmente di persone provenienti dal profondo sud) e verso il triangolo industriale (meta degli abitanti delle campagne lombarde, piemontesi, venete). Inoltre, tutte le città italiane, in questo periodo, attiravano un gran numero di braccianti alla ricerca di lavoro, soprattutto nell’edilizia.
Il mondo rurale era immobile e non c’era spazio per la trasformazione, per il miglioramento. Così, la popolazione bisognosa di occupazione migrava verso luoghi in cui avrebbe potuto trovare un impiego, sempre più spesso verso le città, facendo sì che altre attività avessero la meglio sul settore primario.
Nel giro di pochi anni ci fu una diminuzione rilevante degli impieghi nell’agricoltura a favore dell’occupazione negli altri settori (industria, servizi, pubblica amministrazione).

MIRACOLO ECONOMICO ITALIANO: RIASSUNTO

La fine del protezionismo rivitalizzò il sistema produttivo italiano, lo costrinse a rimodernarsi, ricompensò quei settori che erano già in movimento. Gli alti livelli di disoccupazione negli anni ’50 fece sì che l’offerta di lavoro crescesse a dismisura. Ne conseguì una drastica diminuzione del costo del lavoro. Grazie anche (e soprattutto) al basso costo del lavoro, le imprese italiane si presentarono in modo estremamente competitivo sul mercato internazionale. Mentre i salari diminuivano, aumentavano, però, a dismisura la produzione industriale e la produttività operaia.
La grande trasformazione si addensò, particolarmente nel quinquennio 1958-63, gli anni del vero e proprio boom economico: l’economia italiana si sviluppò molto rapidamente e gli italiani cominciarono a spendere il proprio denaro specialmente per l’acquisto di beni durevoli (come elettrodomestici e automobili) raddoppiando, rispetto ad un decennio prima, la spesa per i consumi privati. In un primo periodo (tra 1951 e 1958) lo sviluppo dell’economia italiana sembra essere dovuto prevalentemente alla domanda interna, ma negli anni immediatamente successivi (1958-63) il mercato italiano si aprì all’estero e l’esportazione divenne settore guida dell’espansione.