Caravaggio a Roma dal 1592

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Descrizione

La Roma in cui Caravaggio arriva verso la fine del 1592 è una città che da poco tempo ha assunto l’aspetto di capitale europea grazie ai grandiosi interventi urbanistici voluti da Sisto V, morto nel 1590, e realizzati dal suo architetto di fiducia Domenico Fontana. Seguendo la consuetudine del tempo, Merisi frequenta probabilmente la comunità lombarda che si riuniva attorno alla confraternita di Sant’Ambrogio al Corso e quella sorta di colonia di artigiani, scalpellini e architetti originari di Brescia e Bergamo che si era insediata nei pressi di palazzo Colonna, tra piazza Santi Apostoli e il quartiere dei Pantani.

Tipologia

Superiori

Testo completo

La Roma in cui Caravaggio arriva verso la fine del 1592 è una città che da poco tempo ha assunto l’aspetto di capitale europea grazie ai grandiosi interventi urbanistici voluti da Sisto V, morto nel 1590, e realizzati dal suo architetto di fiducia Domenico Fontana. Seguendo la consuetudine del tempo, Merisi frequenta probabilmente la comunità lombarda che si riuniva attorno alla confraternita di Sant’Ambrogio al Corso e quella sorta di colonia di artigiani, scalpellini e architetti originari di Brescia e Bergamo che si era insediata nei pressi di palazzo Colonna, tra piazza Santi Apostoli e il quartiere dei Pantani. Le prime notizie documentarie indicano che nell’estate del 1593 Caravaggio conosce e frequenta Onorio Longhi, figlio dell’architetto Martino originario del varesotto e architetto lui stesso al servizio dei Colonna. Grazie forse ai buoni uffici dello zio prete, il giovane Merisi trova ospitalità presso monsignor Pandolfo Pucci, beneficiario di San Pietro e maestro di casa della sorella di Sisto V, Camilla Peretti. Per monsignor Pucci Caravaggio dipinge copie di quadri devozionali in cambio dell’alloggio e del misero vitto consistente, come narra Mancini, in «un insalata quale li serviva per antipasto, pasto e pospasto». Dopo qualche mese, stanco del trattamento riservatogli dal prelato - a cui in seguito affibbierà il soprannome di «monsignor Insalata» - Caravaggio va a stare presso un certo Tarquinio, un oste milanese proprietario di due osterie nel quartiere del bordello agli “ortacci”, a cui fa un ritratto oggi perduto. Qui inizia a dipingere quadri «per vendere», ovvero quadri di medie dimensioni facili da smerciare, soggetti “di genere” tra cui, stando a quanto riporta Mancini, «un putto che piange per essere stato morso da un racano [ramarro] [...] e dopo pur un putto che mondava una pera con il cortello». Sull’identificazione di queste prime prove dell’artista gli studiosi sono ancora discordi, ma in genere si propende per il Giovane che monda un frutto, oggi in collezione privata e datato al 1592-1593, e nelle due versioni del Giovane morso da un ramarro della Fondazione Longhi e della National Gallery di Londra, generalmente datate però al 1594 per ragioni stilistiche.

Dall’osteria di Tarquinio, secondo quanto afferma  Baglione, Caravaggio passa alla bottega di un pittore siciliano di nome Lorenzo, «che di opere grossolane tenea bottega». Questi viene variamente identificato con un certo «Lorenzo pittore» al servizio del cardinale Federico Borromeo, oppure con tale Lorenzo di Marco, mediocre artista siciliano che aveva bottega insieme a uno spadaro ai Condotti. Qui Merisi avrebbe conosciuto il quindicenne Mario Minniti, pittore anch’egli e compagno di bravate, che Michelangelo ritroverà poi a Malta e in Sicilia. Nella bottega di Lorenzo, Caravaggio «faceva le teste per un grosso l’una e ne faceva tre al giorno». La scelta di dedicarsi ai ritratti testimonia già sia l’abilità del giovane artista nel dipingere “dal naturale” quanto l’esigenza di avere davanti sempre un modello da ritrarre sulla tela, caratteristica questa che ai detrattori apparirà sempre come il maggior limite del naturalismo caravaggesco. Caravaggio intanto frequenta la bottega del pittore senese Antiveduto Gramatica, ritrattista già di un certo nome al punto da essere definito «gran capocciante», dove, secondo l’abate Bellori, Merisi avrebbe dipinto le sue prime composizioni a mezze figure, sperimentando per la prima volta l’uso di forti contrasti di luce e di ombra.

Proseguendo nella sua ascesa nell’ambiente artistico romano, Caravaggio riesce quindi a entrare nella bottega di uno dei più affermati pittori del tempo: Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino. Tra gli artisti preferiti da papa Clemente VIII Aldobrandini, pur essendo maggiore di Caravaggio di soli tre anni, Cesari domina la scena romana insieme a Federico Zuccari e Cristoforo Roncalli, detto il Pomarancio. Raggiunta già la fama con gli affreschi nei cantieri vaticani e nella chiesa di San Lorenzo in Damaso, nel periodo in cui Caravaggio entra nella sua bottega, il Cavalier d’Arpino aveva appena terminati gli affreschi sulla volta della cappella Contarelli a San Luigi dei Francesi - il saldo è datato giugno 1593 - e andava affrescando la cappella Olgiati in Santa Prassede. La scelta di Merisi di presentarsi alla bottega che Cesari aveva alla “Torretta” in Campo Marzio appare oggi il frutto di una attenta ponderazione. Scartato tanto il manierismo retorico di Zuccari - nel 1593 nominato principe della rinata Accademia di San Luca dal protettore del sodalizio, il cardinale Federico Borromeo -, quanto il classicismo compunto del Pomarancio, prediletto dagli Oratoriani di san Filippo Neri, l’attenzione di Caravaggio si appunta sul Cavalier d’Arpino, artista artificioso e manierato ma che è titolare di una ben avviata bottega gestita con piglio imprenditoriale. Caravaggio entra così a far parte dei collaboratori che hanno il compito di realizzare i progetti e i disegni elaborati dal Cavalier d’Arpino, il quale lo toglie «alle figure» e lo mette a «dipinger fiori e frutti», con grande rammarico di Merisi, come afferma Bellori.

Durante gli otto mesi della sua permanenza nella bottega del Cavalier d’Arpino, non sappiamo se Caravaggio abbia realizzato opere diverse dai quadri decorativi raffiguranti festoni o composizioni di fiori e frutta, molto richiesti in quegli anni in seguito al successo riscosso tra i collezionisti romani dalle opere di pittori olandesi e fiamminghi come Jan Brueghel, documentato a Roma nel 1593 e molto amato dal futuro possessore del celebre Canestro di frutta, il cardinale Federico Borromeo. La notizia tramandata dai biografi di un intervento di Caravaggio nell’esecuzione della Morte di san Giovanni del Cavalier d’Arpino, oggi nella sagrestia di San Giovanni in Laterano, è priva di fondamento, essendo stata realizzata l’opera tra il 1598 e il 1599. Sembra sia anche frutto di fantasia l’aneddoto raccontato dal viaggiatore olandese van Mander riguardo un mostruoso nano inserito da Caravaggio per beffa negli affreschi realizzati dal Cavalier d’Arpino a San Lorenzo in Damaso, affreschi oggi distrutti e comunque dipinti tra il 1588 e il 1589. Cesari sembra non usasse eccessivi riguardi nei confronti dell’allievo, al quale avrebbe dato solo un misero pagliericcio come ricovero, e sebbene forse ingigantita dalla leggenda, non è improbabile che durante il periodo di discepolato presso la sua bottega sia nata una certa inimicizia e rivalità tra i due. Durante il processo promosso da Baglione nel 1603 Michelangelo avrà tuttavia parole di apprezzamento nei confronti di Cesari, definendolo un «valent’huomo». La collaborazione ha comunque termine dopo il ricovero di Caravaggio nell’Ospedale della Consolazione per un misterioso incidente, forse il calcio di un cavallo che gli fa gonfiare una gamba. Uscito dall’ospedale Merisi non farà più ritorno alla bottega del Cavalier d’Arpino, mantenendo comunque i rapporti con Prospero Orsi, fratello del poeta Aurelio Orsi e noto col soprannome di Prosperin delle Grottesche, collaboratore e intimo amico di Cesari.

Trovata ospitalità nel palazzo di monsignor Fantin Petrignani in Campo Marzio, Caravaggio quindi «provò a stare da se stesso» - come scrive Baglione - dedicandosi nuovamente a dipingere quadri “per vendere”, tele da cavalletto che affida a un certo «Maestro Valentino a San Luigi de’ Francesi», uno dei numerosi mercanti d’arte presenti a Roma il cui nome non è stato però rintracciato in nessun documento del tempo. Tra le opere di Caravaggio forse affidate dal pittore al mercante Valentino, si è soliti annoverare il Ragazzo con canestro di frutta e il cosiddetto Bacchino malato, che rappresenta con ogni probabilità il primo degli autoritratti di Merisi. I magri guadagni, infatti, non gli permettono il lusso di far posare dei modelli per le sue composizioni e Caravaggio si affida quindi allo specchio, ritraendosi come un giovane Bacco coronato d’edera, con un grappolo d’uva in mano, mentre sorride malinconico allo spettatore. A conferma della notizia fornita da Baglione, gli studiosi affermano che il colorito terreo e le labbra livide del giovane ritratto potrebbero essere i sintomi della convalescenza del pittore da poco uscito dall’ospedale.

Incuriosito dal gran parlare che Prospero Orsi fa del suo amico Caravaggio - Bellori definisce  Prospero addirittura suo «turcimanno» -, o forse capitato nella bottega del mercante Valentino nei pressi di palazzo Madama dove abita, il cardinale Francesco Maria Bourbon Del Monte rimane favorevolmente impressionato dai quadri di Merisi e non si limita ad acquistarne alcuni ma gli offre ospitalità nella sua casa e lo iscrive a “rolo”, garantendogli cioè uno stipendio mensile. L’incontro con il cardinale - personaggio di spicco della curia, fiduciario del granduca di Toscana ed esponente della fazione filofrancese - risulta decisivo per l’affermazione sulla scena artistica romana di Caravaggio, permettendogli finalmente di farsi conoscere dai facoltosi e raffinati collezionisti dell’epoca. Per Del Monte il pittore realizza alcuni tra i suoi capolavori e l’inventario della collezione, redatto nel 1626 dopo la morte del cardinale, comprenderà La buona ventura capitolina, I bari, il Suonatore di liuto oggi in collezione privata, il Concerto di giovani, la Santa Caterina d'Alessandria, il San Giovanni Battista capitolino, un San Francesco in estasi, e una «caraffa di fiori di mano del Caravaggio di palmi due», mai rintracciata. A queste opere vanno aggiunte il dipinto murale che decora la volta di una stanza nel casino presso Porta Pinciana, oggi Boncompagni Ludovisi e le due opere conservate nella Galleria degli Uffizi: lo scudo da parata con la Medusa, donata dal cardinale al granduca di Toscana Ferdinando de’ Medici, come forse anche il Bacco.

La permanenza fino al 1600 presso il colto cardinale Del Monte - raffinato appassionato di musica, scienza e arte - permette a Caravaggio di ampliare i suoi interessi e di applicarsi allo studio della rappresentazione dei corpi plasmati dalla luce e all’approfondimento delle regole della prospettiva. In questo può essergli stato di sicuro giovamento anche la frequentazione del fratello del cardinale, quel Guidubaldo Del Monte, esperto matematico, fisico e astronomo, amico di Galileo Galilei e autore di un trattato intitolato Perspectivae Libri Sex. Dall’analisi delle opere realizzate in questo periodo emerge lo sforzo di Caravaggio di mettere a punto un suo stile personale, dimostrandosi sempre più insofferente nei confronti delle convenzioni accademiche. Il suo interesse per la rappresentazione della realtà viva lo spinge ad accogliere la lezione dei pittori nordici, introducendo nelle sue composizioni delle nature morte con vasi, fiori e frutta, raffigurati con la stessa precisione con cui ritrae le figure umane. Come ricorderà in seguito il marchese Vincenzo Giustiniani, suo appassionato collezionista, sembra l’artista affermasse infatti «che tanta manifattura gli era a fare un quadro buono di fiori, come di figure». Sebbene non sia infatti corretto affermare che il Canestro di frutta sia la prima natura morta della pittura italiana, è certo comunque che con Caravaggio questo genere relegato fino ad allora tra la pittura decorativa acquista la stessa dignità del ritratto o della pittura di storia.

Il nome di Caravaggio è ormai ben conosciuto nella cerchia degli intenditori d’arte e le commissioni si moltiplicano. Tra il 1594 e il 1599 Merisi realizza il Riposo nella fuga in Egitto e la Maddalena penitente, probabilmente commissionati dal cardinale Pietro Aldobrandini e da questi pervenuti alla collezione Doria Pamphilj. Il banchiere Costa commissiona la Giuditta che decapita Oloferne, il San Francesco in estasi e il quadro che raffigura Marta che rimprovera Maddalena per la sua vanità; mentre il nobile Ciriaco Mattei richiede a Caravaggio un San Giovanni Battista. Con queste opere l’artista, come dice Bellori, comincia «ad ingagliardire gli oscuri», sostituendo gradualmente i colori chiari e luminosi dei primi quadri con partiti di luce e di ombre sempre più violenti e drammatici.