Caravaggio: da Napoli a Porto Ercole

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Descrizione

Alla fine dell’estate, perdute le speranze di risolvere in tempi brevi la sua situazione, Merisi lascia il suo nascondiglio e parte alla volta di Napoli, dove la fama della sua pittura era già arrivata da tempo. A Napoli l’artista è documentato già nell’ottobre 1606, quando riceve il pagamento per una pala d’altare, commissionata dal mercante Niccolò Radolovich e un tempo identificata nella Madonna del Rosario, oggi a Vienna.

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Alla fine dell’estate, perdute le speranze di risolvere in tempi brevi la sua situazione, Merisi lascia il suo nascondiglio e parte alla volta di Napoli, dove la fama della sua pittura era già arrivata da tempo. A Napoli l’artista è documentato già nell’ottobre 1606, quando riceve il pagamento per una pala d’altare, commissionata dal mercante Niccolò Radolovich e un tempo identificata nella Madonna del Rosario, oggi a Vienna. In realtà il quadro viene forse commissionato dai Carafa, imparentati con i Colonna, e destinata all’altare della cappella che la famiglia possiede nella chiesa di San Domenico Maggiore. Il primo soggiorno partenopeo di Caravaggio è di pochi mesi, nemmeno un anno, eppure le opere che lascia in città sono destinate a influire profondamente sugli sviluppi della scuola barocca napoletana. Tele come le Sette opere di misericordia, la grandiosa e concitata pala commissionata dal Pio Monte della Misericordia per l’altar maggiore della chiesa dell’istituto, o la Flagellazione, che Merisi esegue per la cappella di Tommaso de Franchis in San Domenico Maggiore, divengono i testi presi a modello dagli esponenti locali della pittura naturalista: dal Battistello a Massimo Stanzione, a Carlo Sellitto, rappresentanti di una stagione tra le più felici della pittura napoletana.

Nemmeno a Napoli sembra che Caravaggio riesca a trovar pace. Narra Bellori che a spingere Merisi a imbarcarsi per Malta sia stato il desiderio «di ricevere la Croce di Malta solita darsi per gratia ad huomini riguardevoli per merito e per virtù», ed è probabile che l’artista sperasse di potersi mettere al sicuro dal “bando capitale” emesso dal tribunale pontificio entrando a far parte del Sacro Ordine Gerosolimitano. A condurlo sull’isola potrebbe essere stato un altro esponente della famiglia che lo protegge, quel Fabrizio Sforza Colonna - figlio della marchesa di Caravaggio e generale della flotta maltese - che proprio nell’estate del 1607 fa scalo a Napoli proveniente da Marsiglia. Sull’isola Merisi si guadagna presto il favore del Gran Maestro dell’Ordine, Alof de Wignacourt, che gli commissiona dei ritratti e alcuni straordinari capolavori: il San Girolamo scrivente e soprattutto la terribile Decollazione del Battista per la cocattedrale di San Giovanni, opera firmata dall’artista con il sangue che sprizza dal collo del santo. Come ricompensa il 14 luglio 1608 Wignacourt nomina Caravaggio cavaliere “di Grazia”, unica carica a cui potevano aspirare i non nobili. Evidentemente la notizia del suo delitto non è ancora giunta fino a Malta, ma  qualche mese più tardi Michelangelo viene rinchiuso nella fortezza di Sant’Angelo con l’accusa di essere venuto a contesa con un cavaliere di nobili natali, forse un magistrato venuto a sapere del mandato di cattura che insegue il pittore. Dopo una romanzesca evasione dal carcere, a Caravaggio non rimane quindi che prendere il largo, grazie all’aiuto forse ancora di Fabrizio Sforza Colonna, e cercare scampo in Sicilia. Intanto, in una seduta dei cavalieri convocata da Wignacourt, Merisi viene espulso dal Sacro Ordine e con la bolla del primo dicembre 1608 dichiarato «membrum putridum et foetidum».

Sbarcato a Siracusa, Caravaggio vi ritrova il pittore Mario Minniti, conosciuto a Roma ai tempi dei suoi primi difficili inizi, e poi ancora a Malta, dove Michelangelo aveva deposto in favore dell’amico in un processo intentatogli per bigamia. Minniti lo presenta al senato di Siracusa, procurandogli la commissione della pala raffigurante la Sepoltura di santa Lucia per l’altar maggiore della chiesa di Santa Lucia al Sepolcro. Da Siracusa, l’artista risale verso Messina, dove il ricco commerciante genovese Giovan Battista de Lazzaris gli affida l’esecuzione della Resurrezione di Lazzaro da sistemare nella chiesa dei Padri Crociferi. Quando la pala viene consegnata il 10 giugno 1609, nel documento Caravaggio viene indicato come «cavaliere gerosolimitano», segno che la notizia della sua espulsione dall’ordine non è ancora giunta sull’isola. Entrambe le opere eseguite a Siracusa e a Messina, sebbene molto rovinate, mostrano uno stile sempre più scarno e drammatico, in cui Caravaggio rinuncia consapevolmente a ogni sfoggio di virtuosismo. Accanto a queste angosciate meditazioni sul tema della morte, Merisi realizza anche l'Adorazione dei pastori per la chiesa dei Cappuccini di Messina e la Natività coi santi Francesco e Lorenzo - trafugata nel 1969 e mai più ritrovata - per l’Oratorio della Compagnia di San Lorenzo a Palermo, dove Caravaggio si era nel frattempo trasferito. Non sappiamo quando l’artista decide di lasciare l’isola per fare ritorno a Napoli. Di sicuro dopo l’agosto del 1609, data in cui consegna la Natività palermitana.

È un Caravaggio sempre più angosciato quello che fa ritorno nella città partenopea. Già durante il soggiorno in Sicilia, stando a quanto afferma il biografo settecentesco Susinno, Merisi si comporta in modo strano, girando perennemente armato e dormendo vestito, come uno «scimunito e pazzo che non può dirsi di più». Forse è ossessionato dal costante pericolo di essere raggiunto e ucciso dagli emissari dei cavalieri di Malta, di certo si sente braccato. In effetti sembra che i suoi inseguitori lo abbiano raggiunto proprio a Napoli, dove nell’ottobre del 1609 viene assalito e sfregiato sulla soglia della locanda del Cerriglio dove ha preso alloggio. Nonostante tutto, Caravaggio trova comunque modo di realizzare i suoi ultimi capolavori: una Salomè con la testa del Battista, destinata a essere inviata quale dono riparatorio ad Alof de Wignacourt; il tremendo David con la testa di Golia in cui l’artista ha dato i suoi tratti al volto del gigante, quadro forse inviato da Merisi al cardinale Scipione Borghese che deve decidere sull’esito della sua domanda di grazia; un piccolo San Giovanni Battista, entrato a far parte anch’esso in seguito della collezione Borghese, e il Martirio di sant’Orsola, l’ultimo, lancinante, quadro dipinto da Caravaggio prima di imbarcarsi alla volta di Porto Ercole.

L’ultima tappa della tormentata vita di Caravaggio è ancora per molti aspetti avvolta dal mistero. Per chiarire le notizie contraddittorie che già al tempo circolavano a Roma, il 24 luglio 1610 il nunzio Deodato Gentile scrive al cardinale Scipione Borghese un dettagliato rapporto sugli ultimi giorni di vita del pittore, rendendo noto che «il povero Caravaggio non è morto in Procida, ma a Port’hercole, perché essendo capitato con la felluca, in quale andava a Palo, ivi da quel Capitano fu carcerato, e la felluca in quel romore tirandosi in alto mare se ne ritornò a Napoli. Il Caravaggio restato prigione, si liberò con uno sborso grosso di denari, e per terra, e forsi a piedi si ridusse sino a Port’hercole, ove ammalatosi ha lasciato la vita». Fermata dunque a Palo la feluca su cui si era imbarcato, Michelangelo sarebbe stato arrestato dai gendarmi della guarnigione spagnola, forse scambiato per un altro ricercato. Quando riesce a liberarsi, la nave è ormai ripartita con tutti suoi bagagli e le tele che ancora doveva ultimare. Solo, disperato e senza un soldo, costretto forse a procedere a piedi, giunge a Porto Ercole dove si ammala di malaria e il 18 luglio del 1610 «senza aiuto humano», come narra Baglione, muore «malamente, come appunto malamente avea vivuto». A Roma, intanto, dopo anni di perorazioni da parte dei suoi potenti amici, la revoca del bando capitale era stata finalmente firmata, ma era troppo tardi.

Si conclude così, amaramente, l’intensa parabola di Michelangelo Merisi da Caravaggio, pittore il cui genio è riconosciuto dagli stessi contemporanei, al punto che lo stesso Baglione non può fare a meno di scrivere: se «non fusse morto sì presto, haveria fatto gran profitto nell’arte per la buona maniera, che presa havea nel colorire del naturale».