Caravaggio dal 1597

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Descrizione

Nel 1597 Caravaggio ha consolidato la sua fama al punto che il reverendo Ruggero Tritonio da Udine, nel testamento redatto in quell’anno, menziona il San Francesco avuto in dono da Ottavio Costa, definendolo «celeberrimo pictore». La prima commissione pubblica importante arriva però nel luglio del 1599, grazie ai buoni uffici del cardinal Del Monte.

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Nel 1597 Caravaggio ha consolidato la sua fama al punto che il reverendo Ruggero Tritonio da Udine, nel testamento redatto in quell’anno, menziona il San Francesco avuto in dono da Ottavio Costa, definendolo «celeberrimo pictore». La prima commissione pubblica importante arriva però nel luglio del 1599, grazie ai buoni uffici del cardinal Del Monte. Questi, forse facendo leva sui suoi stretti legami con la nazione francese, ottiene che il completamento della decorazione della cappella acquistata da Matteo Contarelli in San Luigi dei Francesi nel 1565 venga affidata a Caravaggio. Commissionate dapprima al manierista Girolamo Muziano e poi al Cavalier d’Arpino, le storie tratte dalla vita di san Matteo offrono al pittore il primo impegnativo banco di prova e le radiografie eseguite sulle tele rivelano il tormento con cui Merisi affronta il compito assegnatogli. La prima idea per la composizione del Martirio di san Matteo sembra ricalcare infatti la tradizione, e ambienta l’evento davanti a una imponente architettura, tra una folla di personaggi vestiti all’antica. È chiara l’intenzione di Caravaggio di confrontarsi con la grande tradizione della pittura di storia allora ancora in voga, genere in cui eccellevano il Cavalier d’Arpino e lo stesso Muziano, ma la tentazione di uniformarsi ai desideri dei committenti è di breve durata. Abbandonata temporaneamente l’esecuzione del Martirio, Caravaggio affronta quindi la Vocazione di san Matteo, trovando nella semplicità del racconto evangelico lo spunto per una idea totalmente nuova. La chiamata di Cristo si svolge infatti in uno spazio quasi totalmente immerso nella penombra, tanto che risulta difficile dire se l’azione si svolga all’esterno o all’interno di una stanza. Il fiotto di luce che piove dall’alto a destra illumina come un faro il gruppo di uomini riuniti a un tavolo attorno a Levi d’Alfeo, il gabelliere che prenderà poi il nome di Matteo, mentre dal buio emergono le figure di Cristo e di Pietro, che con i loro gesti chiamano Matteo a unirsi ai discepoli. Sulla grande tela affiora il ricordo del tonalismo veneto - specie nelle vesti degli uomini al tavolo -, ma il rigore della rappresentazione, la naturalezza del racconto e l’uso sapiente dei contrasti di luce e di ombre sono del tutto nuovi. Risolta in questo modo la Vocazione, Caravaggio riprende il Martirio stravolgendo l’idea iniziale e riducendo drasticamene il ruolo dell’architettura nell’economia della composizione. L’evento cruento si svolge ora di fronte a un altare, tra un groviglio di corpi in fuga, mentre il santo è riverso a terra, solo di fronte alla spada dello scherano che sta per vibrare il colpo di grazia. Sullo sfondo della scena Caravaggio si è ritratto tra la folla, mentre volge il suo sguardo mesto verso il primo piano, raffigurandosi come un testimone partecipe ma impotente della violenza. Per l’altare della cappella, Merisi realizzerà poi nel 1602 una prima versione del San Matteo e l’angelo, respinta dal clero della chiesa per una pretesa mancanza di decoro, sostituendola poi con un’altra tuttora in loco. È questo il primo dei rifiuti a cui andrà incontro il pittore nel corso della sua carriera, ma sulle reali motivazioni di questi rifiuti gli studiosi sono ancora divisi, imputandoli di volta in volta al mancato rispetto delle regole dettate dalla Controriforma, all’adesione a una visione laica e potenzialmente eretica della scienza e della natura, o all’adesione alle istanze pauperistiche di alcuni ambienti religiosi, visti con sospetto dalle autorità ecclesiastiche.

Il «romore» suscitato dall’apertura al pubblico della cappella Contarelli crea scompiglio anche nella comunità degli artisti e il Principe dell’Accademia di San Luca, Federico Zuccari, cerca di liquidare sbrigativamente il nuovo astro nascente definendolo un semplice epigono di Giorgione. D’altra parte lo stile di Caravaggio non potrebbe essere più lontano dall’idea di pittura di Zuccari, fondata sullo studio dei maestri del passato e sull’esercizio del disegno, espressione più alta e compiuta - a suo modo di vedere - dell’intelletto umano. Intanto i giovani pittori celebrano Caravaggio «come unico imitatore della natura», affascinati dal suo stile «tutto risentito di oscuri gagliardi» - come scrive Bellori -, e si danno ad imitare i suoi quadri e i suoi soggetti preferiti, ritraendo dal vero nello studio i modelli e «alzando i lumi», ovvero accentuando i contrasti di luce e di ombra.

A qualche mese di distanza dal completamento del ciclo in San Luigi dei Francesi, monsignor Tiberio Cerasi commissiona a Caravaggio due quadri su tavole di cipresso per la sua cappella in Santa Maria del Popolo, raffiguranti la Conversione di san Paolo e la Crocifissione di san Pietro. La prima versione consegnata dall’artista viene rifiutata - anche in questo caso forse per espresso volere del clero della chiesa - e sostituite da altre due tele consegnate da Merisi nel novembre del 1601.

Con il successo sembrano arrivare anche i primi seri guai con la giustizia. A partire dal 1601, infatti, il nome di Merisi compare spesso nei rapporti di polizia con accuse più diverse: risse, ferimenti, schiamazzi e porto abusivo d’armi. Fiero evidentemente della posizione raggiunta, sfoggia a passeggio la spada portata da un paggio e, come riporta il pittore olandese van Mander, «non si consacra di continuo allo studio, ma quando ha lavorato un paio di settimane, se ne va a spasso per un mese o due con lo spadone al fianco e un servo dietro, e gira da un gioco di palla all’altro, molto incline a duellare e a far baruffe, cosicché è raro che lo si possa frequentare». Che il pittore avesse un carattere rissoso e violento è un fatto conclamato, va detto però che a quei tempi pochi erano quelli che nel corso dell’esistenza riuscivano a tenersi alla larga dalla giustizia, e anche tra gli artisti gli esempi non mancano. Il Cavalier d’Arpino viene prima imprigionato per debiti, poi condannato a morte e in seguito graziato; suo fratello, Bernardino Cesari, anche lui pittore e “socio” della bottega, esce nel 1593 dalla galera dove era stato rinchiuso a vita per ricatto; il poeta Murtola - che alla Buona ventura dedica un sonetto - ferisce a colpi di pistola il collega Giovan Battista Marino, anch’egli grande estimatore di Caravaggio.

Nel frattempo, pur criticate dai committenti o dal clero, le opere rifiutate trovano immediatamente degli acquirenti. È il caso della prima versione della Conversione di san Paolo per la cappella Cerasi, ritirata dal cardinal Sannesio; o del primo San Matteo e l’angelo per la cappella Contarelli, che il marchese Vincenzo Giustiniani acquista prontamente e colloca in bella vista nella ricca collezione che esibisce orgogliosamente nel suo palazzo, situato proprio di fronte a San Luigi dei Francesi. Per lo stesso marchese, inoltre, Merisi realizza nel 1603 anche l'Amor vittorioso in gara con Giovanni Baglione. Questi è un mediocre pittore che tenta dapprima di aggiornare il suo stile imitando i modi di Caravaggio, per poi rientrare nell’orbita della pittura accademica facendosi paladino delle idee di Zuccari. Per ironia della sorte Baglione, acerrimo nemico di Caravaggio, è anche l’autore de Le Vite de’ Pittori, Scultori et Architetti pubblicate verso il 1625, tuttora tra le fonti più importanti per ricostruire le vicende umane e artistiche del pittore. Giudicato inferiore al quadro di Caravaggio, l'Amor divino che sottomette l’amor profano dipinto da Baglione viene comunque ricompensato dal marchese con una ricca collana d’oro, che il pittore sfoggia con orgoglio. Questa gara è probabilmente all’origine degli eventi che portano nel 1603 al processo per diffamazione intentato da Baglione nei confronti dei pittori Merisi, Orazio Gentileschi, Filippo Trisegni e dell’architetto Onorio Longhi. Il processo, di cui è rimasta una completa documentazione negli archivi, sempre più appare oggi come una sorta di resa di conti tra fazioni rivali. Nella querela Baglione accusa i quattro di aver scritto e diffuso un libello scurrile e ingiurioso ai suoi danni, ma quando Caravaggio - dopo due giorni di detenzione nelle carceri di Tor di Nona - compare di fronte al governatore di Roma afferma di non dilettarsi «de compor versi né volgari né latini», di non saper nulla dei sonetti incriminati anche se non «ce sia nessun pittore che lodi per buon pittore Giovanni Baglione». Nel corso della deposizione Caravaggio dichiara inoltre di stimare per «valent’huomini» il Cavalier d’Arpino, Annibale Carracci, Federico Zuccari e il Pomarancio. Interrogato dal governatore su cosa intenda per «valent’huomini», l’artista espone in maniera chiara e concisa la sua idea del mestiere dell’artista: «quella parola valent’huomo appresso di me vuol dire che sappi fare bene, cioè sappi fare bene dell’arte sua, cos“ in pittura valent’huomo che sappi depingere bene et imitar bene le cose naturali».

Tornato in libertà grazie all’interessamento dell’ambasciatore di Spagna, Caravaggio prende in affitto una casa a vicolo San Biagio in Campo Marzio e continua ad allargare la cerchia dei suoi committenti. Tra il 1600 e il 1603 aveva eseguito un Ritratto del cardinale Maffeo Barberini e probabilmente anche il Sacrificio di Isacco per la sua collezione; per Ciriaco Mattei aveva dipinto invece la Cattura di Cristo e per il marchese Giustiniani l'Incredulità di Tommaso. Nello studio di vicolo San Biagio - con le pareti dipinte di nero per creare una sorta di “camera oscura”, illuminata unicamente da una apertura sul soffitto -, Merisi porta a termine alcuni dei suoi più celebrati capolavori: la Sepoltura di Cristo per la cappella Vittrice in Santa Maria in Vallicella, consegnata nel settembre del 1604, e La Madonna dei pellegrini, installata sull’altare della cappella Cavalletti nella chiesa di Sant’Agostino nel 1605. Quest’ultima opera suscita grande «schiamazzo» e scandalo, per la mancanza di decoro con cui sono raffigurati i «due pellegrini uno co’ piedi fangosi, e l’altra con una cuffia sdrucita, e sudicia», inginocchiati davanti a una Madonna di Loreto «ritratta dal naturale». Sembra infatti che Caravaggio abbia preso a modella per la Vergine del quadro Lena, una bella cortigiana da lui amata e per la quale ferisce un notaio suo amante e rischia la prigione.

Dopo un breve soggiorno a Genova, dove era fuggito per scampare al carcere, Caravaggio esegue tra la fine del 1605 e l’inizio del 1606 la Madonna dei Palafrenieri, una grande pala - detta anche la “Madonna del serpe” - commissionata dalla potente confraternita dei Palafrenieri, che rimane però sull’altare a cui era destinata in San Pietro per soli due giorni e viene rimossa perché poco rispettosa dell’iconografia tradizionale dell’Immacolata Concezione. Il quadro, dopo essere stato temporaneamente sistemato nella chiesa di Santa Maria dei Palafrenieri, viene poi acquistato per una cifra irrisoria dal cardinale Scipione Borghese, protettore della confraternita e spregiudicato collezionista. Apparentemente sempre più inviso alle gerarchie ecclesiastiche ma ancora supportato da un nutrito gruppo di estimatori altolocati, Caravaggio si vede rifiutare anche la monumentale pala che raffigura la Morte della Madonna, commissionata da Laerzio Cherubini per adornare l’altare della cappella di famiglia nella chiesa di Santa Maria della Scala. Ignorando le direttive impartitegli nel contratto di commissione dell’opera, firmato da Caravaggio nel 1601 quando ancora risiedeva nel palazzo di Ciriaco Mattei, l’artista raffigura infatti sulla tela solo l’episodio della morte della Vergine, senza illustrare anche la sua ascensione al cielo con l’anima e il corpo, particolare fondamentale per evitare qualsiasi sospetto di collusione con l’eresia luterana. Inoltre, anche in questo caso il pubblico rimane colpito sfavorevolmente dalla mancanza di decoro con cui viene raffigurata la Madonna, «gonfia, e con gambe scoperte» come fosse una morta affogata - nota Baglione -, per la quale l’artista avrebbe preso forse a modella una cortigiana da lui amata. La tela, venduta nel 1607 da Cherubini al duca Vincenzo I Gonzaga grazie alla mediazione di Rubens, prima di essere spedita a  Mantova viene esposta per una settimana al pubblico su richiesta dei pittori, suscitando lodi ed entusiasmo generali. Nel frattempo però gli eventi erano precipitati e Caravaggio non poteva più godere di questa rivincita nei confronti dei suoi detrattori.

Il 29 maggio 1606, durante una lite sorta in seguito a una partita di pallacorda - l’antenato dell’odierno tennis - Merisi uccide Ranuccio Tomassoni, un compagno di bravate conosciuto da tempo, e nella mischia rimane lui stesso ferito alla testa. Per sfuggire al mandato di cattura Caravaggio si dà alla fuga, trovando riparo nei feudi laziali dei Colonna tra Paliano, Zagarolo e Palestrina. Per tutta l’estate rimane nascosto nella speranza che i suoi protettori, Filippo Colonna e il cardinale Ascanio, riescano a ottenere la grazia che gli consentirebbe di tornare a Roma. Nel frattempo continua a dipingere, realizzando una Maddalena e, secondo alcuni, anche la Cena in Emmaus ora a Brera. L’esperienza dell’omicidio - il secondo se si vuole prestar fede ai biografi - lascia una traccia indelebile sull’arte di Caravaggio, che da questo momento nelle sue opere tornerà in maniera sempre più ossessiva e angosciosa sul tema della morte violenta dipingendo martirii di santi e teste mozze.