Diritto internazionale: i principi generali riconosciuti dalle nazioni civili

Appunto audio Durata: 8 min 55 sec
Descrizione

Oltre alle norme consuetudinarie esistono altre norme di diritto internazionale generale non scritte. L’art. 38 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia annovera tra le fonti di diritto internazionale i “principi generali di diritto riconosciuti dalle Nazioni civili”. Detti principi sono indicati nell’articolo al terzo posto, dopo gli accordi e le consuetudini, e costituiscono una fonte utilizzabile là dove mancano norme pattizie o consuetudinarie applicabili ad un caso concreto. Sul valore di questi principi nel sistema delle fonti internazionali si è discusso molto in dottrina: c’è chi nega che tali principi abbiano valore di norme giuridiche internazionali; chi si limita a sottolinearne la funzione integratrice del diritto internazionale; chi li pone al primo grado della gerarchia delle fonti, al di sopra della consuetudine e dell’accordo.

Tipologia

Università

Testo completo

Oltre alle norme consuetudinarie esistono altre norme di diritto internazionale generale non scritte.
L’art. 38 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia annovera tra le fonti di diritto internazionale i “principi generali di diritto riconosciuti dalle Nazioni civili”. Detti principi sono indicati nell’articolo al terzo posto, dopo gli accordi e le consuetudini, e costituiscono una fonte utilizzabile là dove mancano norme pattizie o consuetudinarie applicabili ad un caso concreto.
Sul valore di questi principi nel sistema delle fonti internazionali si è discusso molto in dottrina: c’è chi nega che tali principi abbiano valore di norme giuridiche internazionali; chi si limita a sottolinearne la funzione integratrice del diritto internazionale; chi li pone al primo grado della gerarchia delle fonti, al di sopra della consuetudine e dell’accordo.
Secondo il Conforti perché questi principi possano essere applicati a titolo di principi generali di diritto internazionale devono sussistere due condizioni.
1.Occorre innanzittutto che essi esistano e siano uniformemente applicati nella più gran parte degli Stati. Un principio del genere può consentire al giudice di uno Stato di farne applicazione anche quando il principio medesimo non esiste nell’ordinamento statale; ciò sempre che l’ordinamento interno imponga l’osservanza del diritto internazionale. Ad es. i principi generali di diritto comuni agli ordinamenti statali fanno parte, al pari delle norme consuetudinarie internazionali, dell’ordinamento italiano, in virtù dell’art. 10, 1° co, della Cost..
2.In secondo luogo occorre che essi siano sentiti come obbligatori o necessari anche dal punto di vista del diritto internazionale, che essi cioè perseguano dei valori e impongano dei comportamenti che gli Stati considerano come perseguiti ed imposti o almeno necessari anche sul piano internazionale.
Così intesi, i principi generali di diritto riconosciuti dalle Nazioni civili vengono a costituire una categoria sui generis di norme consuetudinarie internazionali, rispetto alle quali:
- la diuturnitas è data dalla loro uniforme previsione e applicazione da parte degli Stati all’interno dei rispettivi ordinamenti;
- l’opinio juris sive necessitatis è certamente presente nelle vecchie regole di giustizia e di logica giuridica, regole che sono intese da tutti gli organi dello Stato come aventi un valore universale, come necessariamente applicabili in qualsiasi ordinamento giuridico e quindi anche in quello internazionale.
Questi principi, oggi universalmente propugnati, mirano a salvaguardare la dignità umana e ad attuare una migliore giustizia sociale. Il diritto consuetudinario vieta solo le violazioni gravi di siffatti diritti, come il genocidio, l’apartheid, la tortura, gli altri trattamenti disumani e degradanti, ecc.
In questa prospettiva, i principi generali di diritto comuni agli ordinamenti statali finiscono col perdere la loro caratteristica di principi destinati soltanto a colmare le lacune del diritto internazionale; il loro rapporto con le norme consuetudinarie viene ad essere il normale rapporto tra norme di pari grado.

Oltre alle norme consuetudinarie e ai principi generali di diritto riconosciuti dalle Nazioni Civili esiste un’altra categoria di norme generali non scritte, i principi <<costituzionali>>.
Secondo il Quadri (sostenitore della categoria dei principi):
i principi costituirebbero le norme primarie del diritto internazionale;
sarebbero <<espressione immediata e diretta della volontà del corpo sociale>>;
comprenderebbero quelle norme volute e imposte dalle <<forze prevalenti>> in un dato momento storico nell’ambito della comunità internazionale.
Tra i principi alcuni avrebbero carattere formale, in quanto si limiterebbero a istituire fonti ulteriori di norme internazionali, altri carattere materiale, in quanto disciplinerebbero direttamente rapporti fra Stati.
I principi formali sarebbero due: cosuetudo est servanda e pacta sunt servanda. L’osservanza delle consuetudini e degli accordi si spiegherebbe in quanto voluta e imposta dalle forze prevalenti nell’ambito della comunità internazionale. In tal modo consuetudine ed accordo sarebbero entrambi fonti di secondo grado e ciò in contrasto con la dottrina comune che invece considera la consuetudine come fonte primaria, esauriente il diritto internazionale generale, e l’accordo fonte secondaria che trae la sua forza dalla consuetudine.
I principi materiali potrebbero avere qualsiasi contenuto, a seconda che le forze prevalenti si combinino per volere una certa disciplina di una determinata materia.
La concezione del Quadri non è accettabile.
Ciò che non convince è la possibilità di ricostruire principi materiali indipendentemente dall’uso. Un gruppo di Stati o anche un solo Stato potrebbe infatti imporre, disponendo della forza necessaria, la propria volontà a tutti gli altri membri della comunità internazionale.
La concezione del Quadri non è avvallabile nemmeno dal punto di vista di un operatore giuridico interno, ad es. dell’interprete dell’art. 10, 1° co., della Costituzione. L’interprete interno, dovendo stabilire quali norme internazionali generali sono applicabili in Italia, dovrebbe chiedersi volta per volta se non vi siano <<imposizioni>>, in una determinata materia, da parte delle forze dominanti nella comunità internazionale.
È vero che alla base di una norma non scritta vi è spesso una imposizione, e che le grandi Potenze hanno sempre svolto un ruolo di primo piano nella formazione del diritto internazionale; ma la norma esiste in quanto si traduce nei comportamenti reiterati degli Stati, accompagnati dal convincimento della doverosità sociale dei comportamenti medesimi. In altre parole, se alla iniziale imposizione non fa seguito questo elemento di stabilità e di continuità, non è possibile ammettere l’esistenza di un principio.

Si discute se sia fonte di norme internazionali l’equità, definita come il <<comune sentimento del giusto e dell’ingiusto>>. A parte la c.d. equità infra o secundum legem, ossia la possibilità di utilizzare l’equità come ausilio meramente interpretativo, ed a parte il caso in cui un tribunale arbitrale internazionale è espressamente autorizzato a giudicare, la risposta è negativa.
È da escludere non solo l’equità contra legem, contraria cioè a norme consuetudinarie o pattizie, ma anche l’equità praeter legem, diretta a colmare le lacune del diritto internazionale.
Ciò premesso, secondo il Conforti l’equità può comunque essere inquadrata nel procedimento di formazione del diritto consuetudinario. In effetti, se si esamina la giurisprudenza interna ed internazionale, ci si rende conto che spesso il ricorso all’equità si atteggia come una sorta di opinio juris sive necessitatis in quanto esso ha luogo nel momento in cui una norma si va formando o modificando.
Per quanto riguarda la giurisprudenza interna, considerazioni di equità sono ad es. alla base dei vari mutamenti di indirizzo avvenuti nel campo dell’immunità degli Stati stranieri dalla giurisdizione.
Considerazioni di equità sono anche alla base di numerose decisioni di tribunali internazionali ad es. in vari settori del diritto internazionale marittimo, in materia di riserve nei trattati, ecc.
Quando una sentenza interna ricorre a considerazioni di equità, nel quadro del diritto consuetudinario, essa influisce direttamente sulla formazione della consuetudine.
Il discorso è diverso per le decisioni dei Tribunali internazionali. Qui l’influenza è indiretta, ma, per il contesto in cui è esercitata, assai incisiva.
Quando poi a pronunciarsi è la Corte Internazionale di Giustizia l’influenza è massima.