Diritto internazionale: inesistenza di norme generali scritte

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Descrizione

Esistono norme internazionali generali scritte? Questo problema si pone anzittutto con riguardo alle grandi convenzioni di codificazione promosse dalle NazioniUnite. Il fenomeno della codificazione del diritto internazionale generale data dalla fine del secolo scorso. Fino alla prima guerra mondiale furono le norme del c.d. diritto internazionale bellico ad essere trasfuse in testi scritti. È con le Nazioni Unite che l’opera di codificazione ha preso un effettivo slancio, traducendosi in una serie di trattati multilaterali. Infatti, non esistendo nell’ambito della comunità internazionale un’autorità dotata di poteri legislativi, il trattato era ed è l’unico strumento adoperabile per la trasformazione del diritto non scritto in diritto scritto.

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Testo completo

Esistono norme internazionali generali scritte? Questo problema si pone anzittutto con riguardo alle grandi convenzioni di codificazione promosse dalle NazioniUnite.
Il fenomeno della codificazione del diritto internazionale generale data dalla fine del secolo scorso. Fino alla prima guerra mondiale furono le norme del c.d. diritto internazionale bellico ad essere trasfuse in testi scritti.
È con le Nazioni Unite che l’opera di codificazione ha preso un effettivo slancio, traducendosi in una serie di trattati multilaterali. Infatti, non esistendo nell’ambito della comunità internazionale un’autorità dotata di poteri legislativi, il trattato era ed è l’unico strumento adoperabile per la trasformazione del diritto non scritto in diritto scritto.

L’art. 13 della Carta delle Nazioni Unite prevede che l’Assemblea generale intraprenda studi e faccia raccomandazioni per <<incoraggiare lo sviluppo progressivo del diritto internazionale e la sua codificazione>>.
Sulla base di questa disposizione l’Assemblea costituì la Commissione di diritto internazionale delle Nazioni Unite, composta da esperti che vi siedono a titolo personale. Essa ha il compito di predisporre progetti di convenzioni multilaterali internazionali che andranno poi adottati e infine aperti alla ratifica e all’adesione da parte degli Stati stessi. La commissione ha finora predisposto varie convenzioni di codificazione. Solo alcune di esse sono state ratificate da un numero cospicuo di Stati (es. la convenzione sulle relazioni e immunità diplomatiche e la convenzione sulle relazioni consolari), ed altre non sono entrate neppure in vigore (es. la convenzione sulle missioni speciali del 1969, ecc.).
La Commissione non è l’unico organismo in seno al quale si predispongono progetti di accordi di codificazione. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha spesso seguito altre strade. In alcuni casi essa ha convocato conferenze di Stati in seno alle quali il progetto è stato redatto. Altre volte la redazione del progetto è stata affidata ad organi sussidiari dell’Assemblea, quali, ad es., il Comitato incaricato nel 1993 di elaborare una convenzione sulla sicurezza personale delle N.U. e del personale associato.

Gli accordi di codificazione, in quanto comuni accordi internazionali, vincolano gli stati contraenti. Ci si chiede se essi, appunto perché si propongono di codificare il diritto generale, abbiano valore anche per gli Stati non contraenti.
Secondo il Conforti, occorre esser molto cauti nel considerare gli accordi di codificazione come corrispondenti al diritto consuetudinario generale e quindi nell’estenderli agli Stati non contraenti. Ciò per vari motivi.
Innanzittutto non è il caso di riporre un’illimitata fiducia nell’opera di codificazione svolta dalla Commissione di diritto internazionale delle Nazioni Unite. Spesso nell’opera di ricostruzione delle norme internazionali non scritte influisce in maniera rilevante la mentalità dell’interprete, e dunque, nella specie, di coloro che sono chiamati a far parte della Commisione in qualità di esperti.
In secondo luogo gli Stati stessi cercano di far prevalere le proprie convinzioni e di assicurarsi soprattutto la salvaguardia dei propri interessi.
Infine l’art. 13 della Carta delle Nazioni Unite parla non solo di codificazione ma anche di sviluppo progressivo del diritto internazionale. Spesso infatti è stata invocata questa espressione per far introdurre norme che in effetti erano abbastanza incerte sul piano del diritto internazionale generale.
Pertanto gli accordi di codificazione vanno considerati alla stregua dei normali accordi internazionali e quindi vincolano solo le parti contraenti, cioè valgono solo per gli Stati che li ratificano.
L’accordo di codificazione costituisce inoltre un valido punto di partenza per l’interprete che deve ricostruire delle norme generali consuetudinarie; egli dovrà tuttavia compiere un’ulteriore verifica per dimostrare che le norme contenute nell’accordo corrispondono alla prassi degli Stati. E solo se la verifica risulta positiva egli potrà applicare la norma dell’accordo di codificazione a titolo di diritto generale.
Anche se l’accordo di codificazione corrisponde perfettamente al diritto internazionale consuetudinario al momento della sua redazione, è possibile che in un epoca successiva il diritto consuetudinario subisca dei cambiamenti per effetto della mutata pratica degli Stati. Si pone così il problema del ricambio delle norme contenute nell’accordo.
Il fenomeno dell’invecchiamento della convenzione di codificazione è sempre più attuale in un mondo che si evolve continuamente. Ci si chiede quale sia il valore di una norma che, pur essendo contenuta in un accordo di codificazione ancora in vigore, non corrisponde più al diritto internazionale generale.
Consuetudini e accordi internazionali sono in linea di principio tra loro derogabili, e nulla vieta dunque (in questo caso) che il diritto consuetudinario successivo abroghi quello pattizio anteriore.
L’interprete deve essere estremamente sicuro della prassi da cui intende estrarre la norma consuetudinaria abrogatrice: egli deve tra l’altro dimostrare che la consuetudine si è formata con il concorso degli Stati contraenti e che questi l’intendano come applicabile anche nei rapporti inter se.