Domiziano, ultimo dei Flavii

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Descrizione

Il secondo figlio di Vespasiano, al contrario del fratello, trascorse un’infanzia triste ed ebbe educazione trascurata. Nel 69 si era salvato dalle guerre civili grazie al suo sangue freddo e alla sua astuzia, e per tutto il tempo che Tito e Vespasiano rimasero lontani da Roma rappresentò la famiglia imperiale. Era, come il fratello, Cesare e Principe della Gioventù; gli fu affidata la pretura con l’imperium consolare. Rivestendo questi poteri avrebbe voluto dirigere lo Stato, ma proprio per prevenire le sue ambizioni gli fu innanzitutto affiancato un mentore in cui Vespasiano riponeva totale fiducia, Licinio Muciano.

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Testo completo

Il secondo figlio di Vespasiano, al contrario del fratello, trascorse un’infanzia triste ed ebbe educazione trascurata. Nel 69 si era salvato dalle guerre civili grazie al suo sangue freddo e alla sua astuzia, e per tutto il tempo che Tito e Vespasiano rimasero lontani da Roma rappresentò la famiglia imperiale. Era, come il fratello, Cesare e Principe della Gioventù; gli fu affidata la pretura con l’imperium consolare.
Rivestendo questi poteri avrebbe voluto dirigere lo Stato, ma proprio per prevenire le sue ambizioni gli fu innanzitutto affiancato un mentore in cui Vespasiano riponeva totale fiducia, Licinio Muciano. Questo avvenimento fu per Domiziano il primo oltraggio nei suoi confronti. Il suo comportamento confusionario e vendicativo riuscì ad irritare suo padre. Nonostante ciò, il suo nome accompagnava quello del Vespasiano e di Tito sui monumenti, e per molte volte egli ricoprì il consolato con il padre durante il regno di quest’ultimo.
Malgrado questi onori, Domiziano considerava la condotta dei suoi congiunti come ingiusta verso di lui. Sebbene associato al potere era stato lasciato in disparte e fu persino coinvolto, durante il regno di Tito, in complotti tesi a sollevare gli eserciti contro l’imperatore.
Almeno una persona non rimase addolorata di fronte alla morte di Tito: suo fratello, Domiziano.
Si affermò anche che quest’ultimo lo avesse avvelenato, ma nonostante ciò sappiamo con certezza che Tito era ancora in vita quando Domiziano partì per Roma, si recò nel campo dei pretoriani, si fece acclamare imperatore e distribuì un donativum.
Nell’81, subito dopo la morte del fratello, Domiziano si fece dare tutti i poteri dal Senato: aveva fretta, anche perché, dopo anni in cui era stato allontanato dal potere nonostante lo avesse posseduto pari al fratello, aveva ancora più voglia di regnare.
Il suo regno durò 15 anni, perché nel 96 fu pugnalato da una cospirazione che riuniva anche la moglie Domizia oltre ai due prefetti del pretorio, membri della corte e alcuni senatori. Uno tra loro, Lucio Cocceio Nerva, era già stato designato come futuro imperatore.
Una volta morto Domiziano fu sottoposto alla damnatio memoriae: fu scalpellato via dai monumenti il suo nome, in maniera assai sistematica; fu presentato come un «Nerone calvo», «una bestia feroce particolarmente crudele».
Contro di lui si schierarono Plinio il Giovane e Tacito, due senatori che però avevano fatto carriera sotto il suo regno, e anche Giovenale.
Da vivo non aveva avuto altro che adulatori, come Marziale o Stazio. La testimonianza più equilibrata che abbiamo su di lui è quella di Svetonio, che gli attribuì non solo qualità negative, ma anche alcuni meriti come il suo senso del dovere, la sua attenzione per la condotta dei magistrati e dei governatori di provincia, le sue innovazioni, la sua evoluzione.
Evidenziò anche i due poli di opposizione del Principe: intellettuali e senatori, gruppi che spesso coincidevano.
Di carattere poco facile, vanitoso e diffidente, insofferente ai confronti con il fratello e alle accuse di un assolutismo che si rivelava di giorno in giorno; attuò una politica di repressione che alimentava i complotti e giustificava tutti i timori.
Nell’89 il legato di Germania Superiore si rivoltò e si fece proclamare imperatore, trascinò con sé due legioni e dei Germani. L’usurpazione venne però repressa con energia. Dopo un timido riavvicinamento al Senato, Domiziano iniziò la prova di forza:
- persecuzione cruenta dei senatori;
- espulsione dei filosofi da Roma e da tutta l’Italia;
- persecuzioni contro i Giudei e i Cristiani.
Le persecuzioni non risparmiano la famiglia imperiale, e proprio perché si sentiva minacciata dall’imperatore sua moglie incoraggiò il complotto decisivo. In totale, comunque, le condanne a morte furono meno di quanto si è sempre creduto, e così anche la tirannia: solo tre anni tirannici. Furono solo questi che gli storici del ii secolo ricordarono, trascurando l’opera di innovatore e continuatore di Domiziano.