I romani e il tempo

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Descrizione

Il tempo non era una forza divina. Il tempo non veniva concepito in quanto stabiliva solo degli inizi. I Romani non fantasticavano sull’origine del mondo e non possedevano uno spirito storico. Il tempo era suddiviso in un momento sacro e un momento profano. L’anno era diviso in due stagioni. L’estate, la stagione della guerra, che andava da marzo a ottobre, e l’inverno, da ottobre a marzo, in cui normalmente il cittadino tornava a casa.

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Testo completo

Il tempo non era una forza divina. Il tempo non veniva concepito in quanto stabiliva solo degli inizi. I Romani non fantasticavano sull’origine del mondo e non possedevano uno spirito storico.
Il tempo era suddiviso in un momento sacro e un momento profano.
L’anno era diviso in due stagioni. L’estate, la stagione della guerra, che andava da marzo a ottobre, e l’inverno, da ottobre a marzo, in cui normalmente il cittadino tornava a casa.
L’estate era la stagione del lavoro che poteva consistere nella guerra o no.
L’inverno invece era la vera stagione del riposo, tempo degli inviti e delle feste.
La giornata era divisa in due: la mattina rappresentava il momento dell’azione, la sera quello del riposo. La metà della religione romana era dedicata alla ricerca e all’interpretazione dei presagi, i Romani non utilizzavano indovini né profeti.
Per loro questi segni erano veri e proprie cause di catastrofi intere. I presagi erano sempre presenti nella vita di tutti i giorni, ci credevano talmente tanto che avevano redatto libri, che venivano tramandati, su come sconfiggerli e sul loro significato. Gli interpreti dei loro segni erano gli auspici.
I Romani non avevano bisogno di contare il tempo  e anche per stabilire i turni venivano usate delle candele. A loro interessava sapere solo quando era mezzogiorno e per questo usavano delle meridiane e un apparitore che suonava la tromba.
Il mese era calcolato secondo la luna ed aveva 29/30 giorni. Il secolo non era considerato dai romani perché avevano una visione solo del tempo presente.
Pare che il più antico calendario romano fosse diviso in dieci mesi, come conferma il nome stesso rimasto ai mesi di settembre, ottobre, novembre e dicembre, seguendo le lunazioni, iniziasse a marzo e si concludesse a dicembre per la durata di 304 giorni.
Si ritiene che a Roma nessuno ignorava il calendario, che era prima di tutto politico e giudiziario.
Ogni giorno era contraddistinto come giorno fasto, nefasto o comiziale.
Nei giorni fasti gli uomini potevano svolgere un’attività, nei giorni nefasti, invece gli uomini non avevano il sostegno degli dei e perciò non era consigliabile svolgere attività. C'erano anche giorni misti in cui un cittadino poteva svolgere un'attività di mattina e pregare di pomeriggio.
I Romani consideravano la preghiera come un momento di distensione e completa devozione.
Sul calendario romano, accanto alle lettere in maiuscolo, c'erano dei nomi di feste scritti in maiuscoletto in corrispondenza di certi giorni. Si tratta di feste pubbliche, cioè celebrate da tutto il popolo. Le feste romane non avevano un vero e proprio ordine ma solo grandi cicli che le includevano, come per esempio le feste di primavera dedicate alla dea del raccolto o per festeggiare i fiori degli alberi.
Marzo, il primo mese dell’anno, era consacrato alla guerra, apriva la stagione militare, che terminava ad ottobre. Quando l’esercito ritornava in ottobre, veniva fatto un primo rito chiamato la “trave della sorella”, che trasformava i militari in civili e come a Marzo c’era una purificazione delle armi.
Con aprile cominciava una serie di feste agricole e pastorali che riguardavano da una lato la crescita, la fioritura, l'eruttazione e la produzione, dall’altro la conservazione dei prodotti e la formazioni delle scorte per l’inverno.
Settembre, Novembre e dicembre erano consacrati alla vita in società.
Uno dei momenti più importanti era il periodo delle feste, dove i giochi consentivano la fusione della società. Tutta la durata dei giochi era accompagnata da danze, canti, musica e spettacolo.