Inefficacia dei trattati nei confronti degli Stati terzi

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Descrizione

Caratteristica importante dei trattati è che essi non producono effetti nei confronti degli Stati terzi (le norme pattizie si distinguono infatti dalle norme di diritto internazionale generale proprio perché valgono solo per gli Stati che le pongono in essere). Da un trattato non possono derivare diritti ed obblighi per terzi Stati a meno che questi non aderiscano al trattato medesimo attraverso una qualche forma di partecipazione come avviene nel trattato aperto.

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Caratteristica importante dei trattati è che essi non producono effetti nei confronti degli Stati terzi (le norme pattizie si distinguono infatti dalle norme di diritto internazionale generale proprio perché valgono solo per gli Stati che le pongono in essere).
Da un trattato non possono derivare diritti ed obblighi per terzi Stati a meno che questi non aderiscano al trattato medesimo attraverso una qualche forma di partecipazione come avviene nel trattato aperto. Quest’ultimo contiene la clausola di adesione o accessione, la quale prevede la possibilità per Stati diversi dai contraenti originari di partecipare a pieno titolo all’accordo mediante una loro dichiarazione di volontà: in tal caso la posizione di questi Stati in nulla differisce giuridicamente dal quella dei contraenti originari.
Può darsi invece che una clausola di adesione manchi e che dal trattato discendano solo diritti a favore o obblighi a carico di uno Stato terzo. In questo caso dovrà dimostrarsi che diritti ed obblighi sono in qualche modo accettati dallo Stato terzo e che l’eventualità dell’accettazione sia prevista nel testo dell’accordo.
Fuori di simili ipotesi vale il principio dell’inefficacia dei trattati nei confronti degli Stati non contraenti.
Le parti di un trattato possono impegnarsi a tenere comportamenti che risultano vantaggiosi per i terzi (si pensi agli accordi in tema di navigazione sui fiumi, canali e stretti internazionali, i quali accordi, pur intercorrendo tra un numero limitato di Paesi, sanciscono di solito la libertà di navigazione per le navi di tutti gli Stati, o almeno di tutti gli Stati rivieraschi). Ma tali vantaggi, finchè non si trasformano in diritti attraverso la partecipazione del terzo all’accordo, possono sempre essere revocati dalle parti contraenti.
Inoltre le parti contraenti del trattato, se vogliono negare al terzo i vantaggi pattuiti, non hanno bisogno di stipulare un successivo trattato che formalmente abroghi o modifichi il primo, ma possono negare detti vantaggi in ordine a casi concreti, possono negarli in alcuni casi e riconoscerli in altri, ecc.
Anche la Conv. di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati si conforma al principio dell’inefficacia dei trattati nei confronti dei terzi e alla conseguente regola per cui una qualche forma di accordo è necessaria perché il terzo benefici di veri e propri diritti o sia colpito da obblighi. Essa dispone:
che <<un trattato non crea obblighi o diritti per un terzo Stato senza il suo consenso>> (art. 34);
che un obbligo a carico di un terzo Stato può derivare da una disposizione di un trattato <<se le parti contraenti del trattato intendono creare tale obbligo e se lo Stato accetta espressamente per iscritto l’obbligo medesimo>> (art. 35);
che un diritto può derivare da una disposizione di un trattato a favore di uno Stato terzo solo se questo vi consente, e aggiunge che il consenso si presume finchè non vi siano <<indicazioni contrarie>> e sempre che il trattato non disponga altrimenti (art. 36);
che i contraenti originari possono revocare quando vogliono il <<diritto>> accettato dal terzo, a meno che non ne abbiamo previamente stabilita in qualche modo l’irrevocabilità (art. 37.2).
Altro argomento da esaminare è quello della <<incompatibilità>> fra norme convenzionali. Premesso che un trattato può essere modificato o abrogato da un trattato concluso in epoca successiva fra gli stessi contraenti, cosa succede se i contraenti di un trattato preesistente e quelli di un trattato successivo coincidono solo in parte? Può darsi, ad es., che uno Stato si impegni mediante accordo a tenere un certo comportamento e poi, con un accordo con Stati diversi, si obblighi a tenere il comportamento contrario.
In questi casi, la soluzione discende dalla combinazione di due principi:
1.quello della successione dei trattati nel tempo e
2.quello dell’inefficacia dei trattati per i terzi.
Fra gli Stati contraenti di entrambi i trattati, il trattato successivo prevale.
Nei confronti degli Stati che sono parti di uno solo dei due trattati, restano integri, nonostante l’incompatibilità, tutti gli obblighi che da ciascuno di essi derivano.
Lo Stato contraente di entrambi i trattati si troverà a dover scegliere se tenere fede agli impegni assunti col primo oppure a quelli assunti col secondo accordo; operata la scelta, esso non potrà commettere un illecito, e sarà quindi internazionalmente responsabile, rispettivamente verso gli Stati contraenti del secondo oppure del primo accordo.
La scelta può avvenire una volta per tutte quando entrambi gli accordi ricevono esecuzione all’interno dello Stato mediante atti legislativi o comunque atti normativi di pari grado. In tal caso vale, all’interno dello Stato, il principio della successione degli atti normativi nel tempo, con la conseguente, automatica prevalenza del secondo trattato.
Se invece uno solo dei due trattati è eseguito all’interno con la legge, sarà esso a prevalere per una consapevole scelta del Potere legislativo.
La soluzione qui accolta è sostenuta dalla maggioranza della dottrina e della giurisprudenza.
Dalla soluzione accolta non si discosta la Conv. di Vienna sul diritto ai trattati che si occupa dell’applicazione dei trattati nel tempo all’art. 30. La Convenzione prevede che:
fra due trattati conclusi tra le medesime parti, il trattato anteriore si applica solo nella misura in cui le sue disposizioni sono compatibili con quelle del trattato posteriore (3° co.);
quando le parti del trattato anteriore non sono tutte parti contraenti del trattato posteriore: a) nelle relazioni tra gli Stati che partecipano ad entrambi i trattati, la regola applicabile è quella del 3° co. (il trattato anteriore si applica solo nella misura in cui le sue disposizioni sono compatibili con quelle del trattato posteriore); b) nelle relazioni tra uno Stato partecipante ad entrambi i trattati ed uno Stato contraente di uno solo dei trattati medesimi, il trattato di cui i due Stati sono parti regolerà i loro diritti ed obblighi reciproci (4° co.).
Quanto stabilito dalla Convenzione si applica, salvo quanto previsto dall’art. 41 e senza pregiudicare qualsiasi questione di responsabilità che può nascere per uno Stato dalla conclusione o dall’applicazione di un trattato le cui disposizioni sono incompatibili con gli obblighi che sullo Stato medesimo gravano nei confronti di un altro Stato in virtù di un altro trattato>> (5° co.).
L’art. 41 stabilisce che due o più parti di un trattato del genere <<non possono>> concludere un accordo mirante a modificarlo, sia pure nei loro rapporti reciproci:
- quando la modifica è vietata dal trattato multilaterale
- oppure pregiudica la posizione delle altre parti contraenti
- o è incompatibile con la realizzazione dell’oggetto e dello stesso scopo del trattato nel suo insieme.
Per evitare le situazioni che possono crearsi dall’assunzione di obblighi convenzionali incompatibili, si è diffuso l’utilizzo di clausole che con sempre maggiore frequenza vengono inserite nei trattati per salvaguardare i rapporti giuridici derivanti da altri accordi.
Frequenti sono le c.d. dichiarazioni di <<compatibilità>> o di <<subordinazione>> contenute in un trattato nei confronti di un altro o di una serie di altri trattati, ad es. di tutti i trattati preesistenti che vincolino una delle parti.
Con l’adozione di clausole del genere il problema è risolto alla radice (<<Quando un trattato precisa che esso è subordinato ad un trattato anteriore o posteriore o che esso non deve essere considerato come incompatibile con siffatto trattato, le disposizioni di quest’ultimo prevalgono>>: 2° co.).
Alla dichiarazione di subordinazione, quando essa riguardi trattati preesistenti, può anche accompagnarsi l’impegno delle parti ad intraprendere tutte le azioni idonee a sciogliersi dagli impegni incompatibili, come la denuncia alla scadenze o l’apertura di negoziati per la revisione degli accordi relativi. Proprio il negoziato costituisce oggi lo strumento cui più di ogni altro si fa ricorso ai fini di armonizzazione di norme convenzionali tra loro incompatibili.
Un es. molto importante di clausola di compatibilità è fornito dall’art. 307 del Trattato CE: “Le disposizioni del presente Trattato non pregiudicano i diritti e gli obblighi derivanti da convenzioni concluse, anteriormente al 1.1.1958 o, per gli Stati aderenti, anteriormente alla data della loro adesione, tra uno o più Stati membri da una parte e uno o più Stati terzi dall’altra. Nella misura in cui tali convenzioni sono incompatibili col presente Trattato, lo Stato o gli Stati membri interessati ricorrono a tutti i mezzi atti ad eliminare le incompatibilità contestate. Ove occorra, gli Stati membri si forniranno reciproca assistenza per raggiungere tale scopo, assumendo eventualmente una comune linea di condotta”.