Interpretazione dei trattati

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Descrizione

Oggi si tende ad abbandonare il c.d. metodo subbiettivistico in base al quale è sempre necessario ricercare la volontà effettiva delle parti come contrapposta alla volontà dichiarata. Si ritiene invece che al trattato debba attribuirsi il senso che è fatto palese dal suo testo, che risulta dai rapporti di connessione logica intercorrenti tra le varie parti del testo, che si armonizza con l’oggetto e la funzione dell’atto quali dal testo sono desumibili (c.d. metodo obbiettivistico).

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Oggi si tende ad abbandonare il c.d. metodo subbiettivistico in base al quale è sempre  necessario ricercare la volontà effettiva delle parti come contrapposta alla volontà dichiarata. Si ritiene invece che al trattato debba attribuirsi il senso che è fatto palese dal suo testo, che risulta dai rapporti di connessione logica intercorrenti tra le varie parti del testo, che si armonizza con l’oggetto e la funzione dell’atto quali dal testo sono desumibili (c.d. metodo obbiettivistico).
In una concezione del genere, i lavori preparatori, nei quali dovrebbe essere consegnata la volontà effettiva delle parti, hanno una funzione sussidiaria: ad essi può ricorrersi solo in presenza di un testo ambiguo e lacunoso. In pratica i lavori preparatori servono soprattutto per avallare e rafforzare interpretazioni già desumibili almeno in una certa misura dal testo del trattato.
A favore del metodo obiettivistico si pronuncia anche la Conv. di Vienna, che regola l’interpretazione agli artt. 31-33. Essa:
pone il principio generale secondo cui <<un trattato deve essere interpretato in buona fede secondo il significato ordinario da attribuirsi ai termini del trattato nel loro contesto e alla luce del’oggetto e dello scopo del trattato medesimo>> (art. 31.1); unica eccezione di rilievo è il 4° co. secondo cui <<a un termine del trattato può attribuirsi un significato particolare se è certo che tale era l’intenzione delle parti>>.
considera i lavori preparatori come mezzo supplementare di integrazione da usarsi quando l’esame del testo <<lascia il senso ambiguo o oscuro oppure porta ad un risultato assurdo o irragionevole>> (art. 32).
si occupa del caso dei trattati redatti in più lingue tutte egualmente ufficiali (art. 33): in tal caso, se la comparazione tra i vari testi rivela una differenza di significato, ineliminabile attraverso gli strumenti interpretativi, e se non è previsto che un testo prevalga sugli altri, va comunque adottato <<il significato che, tenuto conto dell’oggetto e dello scopo del trattato, concilia meglio detti testi>>.
A parte il ricorso al metodo obbiettivistico, per l’interpretazione dei trattati internazionali valgono quelle regole che la teoria generale ha elaborato con riguardo all’interpretazione delle norme giuridiche in genere: la regola sull’interpretazione restrittiva o estensiva, la regola per cui tra più interpretazioni egualmente possibili occorre scegliere quella più favorevole alla parte più onerata o al contraente più debole, oppure quella che permette comunque di assegnare una funzione alla norma, ecc.
È da abbandonare l’opinione, una volta dominante nella prassi, secondo cui i trattati dovrebbero essere interpretati restrittivamente in quanto comporterebbero una limitazione della sovranità e libertà degli Stati. La tesi dell’interpretazione restrittiva trova ormai scarso credito presso i giudici internazionali. Anche i giudici interni sono soliti ormai interpretare le norme dei trattati secondo il metro che adoperano nell’interpretazione delle norme interne

Il ricorso ai normali mezzi di interpretazione, compresa l’analogia, vale anche per i trattati istitutivi di organizzazioni internazionali, ad es. per la Carta delle Nazioni Unite e per i trattati istitutivi delle Comunità Europee. Nonostante ciò si è cercato di ricostruire regole particolari, applicabili sia alla Carta delle Nazioni Unite sia agli Accordi istitutivi di organizzazioni internazionali.
La Corte Internazionale di Giustizia ha fatto uso, con riguardo all’interpretazione della Carta delle NU, della c.d. teoria dei poteri impliciti secondo la quale ogni organo disporrebbe non solo dei poteri espressamente attribuitigli dalle norme costituzionali, ma anche di tutti i poteri necessari per l’esercizio dei poteri espressi. La Corte Internazionale di Giustizia, nell’applicare questa teoria agli organo dell’ONU, ne ha addirittura ampliato notevolmente la portata finendo col dedurre certi poteri degli organi direttamente ed esclusivamente dai fini dell’Organizzazione, fini che si distinguono per la loro indeterminatezza.
Il problema dei poteri impliciti ha assunto grande importanza anche nell’ambito della Comunità Europea. Nel trattato istitutivo della CE esiste una norma espressa in materia, l’art. 308, secondo la quale:<< Quando un’azione della Comunità risulti necessaria per raggiungere uno degli scopi della Comunità, e il presente Trattato  non ha previsto i poteri d’azione a tal fine richiesti, il Consiglio, deliberando all’unanimità prende le disposizioni del caso>>.
Da questa norma sembra che, per attribuire agli organi comunitari poteri non previsti dal Trattato, l’unico procedimento da seguire fosse quello della delibera unanime del consiglio; e che quindi poteri impliciti non potessero essere dedotti attraverso una attività meramente interpretativa.
La Corte di Giustizia delle Comunità europee ha invece manifestato la tendenza a scavalcare l’art. 308, ricavando poteri impliciti direttamente dalle norme del Trattato.
Tale tendenza è particolarmente evidente nelle decisioni relative al potere della Comunità di concludere accordi internazionali, potere che la Corte è andata via via deducendo in modo implicito, molto al di là dei limiti fissati dalle disposizioni del Trattato in tema di competenza a stipulare, dalle norme che attribuiscono agli organi comunitari il potere di emanare atti di legislazione comunitaria.
La teoria dei poteri impliciti si colloca dunque all’estremo opposto rispetto alla vecchia tendenza all’interpretazione restrittiva dei trattati internazionali. Essa appare però eccessiva. Occorre infatti essere molto cauti nel trasferire sul piano del diritto internazionale dottrine particolari al diritto costituzionale interno. L’analogia tra organi statali ed organi delle organizzazioni internazionali è assai discutibile ove si pensi alla mancanza nei secondi di quella effettiva capacità di imporsi ai consociati che è propria dei primi.
La teoria dei poteri impliciti può essere anche utilizzata per garantire ad un organo il pieno esercizio delle funzioni che il trattato istitutivo dell’organizzazione gli assegna. Dilatarla oltre misura non solo è poco giustificabile dal punto di vista giuridico ma anche suscettibile di risultare controproducente dal punto di vista politico, potendo suscitare reazioni ed opposizioni da parte degli Stati membri.

La Conv. di Vienna non avalla interpretazioni <<unilateralistiche>> dei trattati, essa cioè esclude che una norma contenuta in un accordo internazionale possa assumere significati differenti a seconda dello Stato contraente al quale debba volta volta applicarsi.
Due regole della Conv. sono indicative al riguardo.
nel caso di testi non concordanti redatti in più lingue ufficiali, si impone un’interpretazione che comunque concili tutti i testi (art. 33).
nell’interpretare un trattato, occorre anche tenere conto di altre norme internazionali in vigore tra le parti, e precisamente non solo di ogni accordo successivo che contenga un’interpretazione del trattato ma anche <<di ogni altra regola pertinente del diritto internazionale applicabile nei rapporti tra le parti>> (art. 31. 3).
Tra le <<altre norme>> non sono incluse invece le norme di diritto interno. Questa precisazione è molto importante in quanto più volte i giudici nazionali hanno interpretato in chiave unilateralistica (secondo il proprio diritto interno) trattati che adoperano termini tecnico-giuridici interni. Contro tali tendenze occorre reagire. Esse mal si conciliano con l’idea stessa di trattato visto come fusione delle volontà degli Stati contraenti, e muovono dalla presunzione che la volontà di ciascuno Stato sia nel senso di obbligarsi in modo conforme al proprio diritto, ossia da un’interpretazione di tipo subbiettivistico spinta all’eccesso.
L’esigenza di evitare interpretazioni unilateralistiche è stata da un certo tempo avvertita in sede di redazione di alcune convenzioni di diritto privato e processuale.
Per es. la Conv. di Bruxelles del 1968, sulla competenza giurisdizionale e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, attribuisce alla Corte di Giustizia delle Comunità europee la competenza a pronunciarsi in via pregiudiziale sulle questioni relative all’interpretazione della Convenzione sollevate innanzi ai giudici nazionali.
In questo modo l’unicità nella interpretazione delle clausole convenzionali è assicurata alla radice. Ci si chiede però come il giudice interno dovrà regolarsi quando una convenzione nulla dispone in materia di interpretazione e di lacune.
- Egli dovrà comunque evitare di rifarsi esclusivamente al proprio diritto se non vi è autorizzato dallo stesso accordo e
- dovrà sforzarsi di stabilire quale sia il significato unico ed obiettivo della disposizione convenzionale, significato che potrà coincidere con quello ricavabile da un determinato ordinamento interno, se risulta che la convenzione ha inteso assumere tale ordinamento come modello, oppure dedursi dai principi generali cui la convenzione si ispira o ancora dai principi comuni agli ordinamenti degli stati contraenti.
È importante poi sottolineare che i giudici interni godono della massima libertà nell’interpretazione del diritto internazionale analogamente a quanto avviene per l’interpretazione del diritto interno.