Italo Svevo

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Descrizione

In seno al suo profilo autobiografico Italo Svevo esterna le reali motivazioni di uno pseudonimo che potrebbe essere definito specchio della sua cultura: “Per comprendere la ragione di uno pseudonimo che sembra voler affratellare la razza italiana e quella germanica, bisogna aver presente la funzione che da quasi due secoli va compiendo Trieste alla porta orientale d’Italia: funzione di crogiolo assimilatore degli elementi eterogenei che il commercio e anche la dominazione straniera attirarono nella vecchia città latina.

Tipologia

Superiori

Testo completo

In seno al suo profilo autobiografico Italo Svevo esterna le reali motivazioni di uno pseudonimo che potrebbe essere definito specchio della sua cultura: “Per comprendere la ragione di uno pseudonimo che sembra voler affratellare la razza italiana e quella germanica, bisogna aver presente la funzione che da quasi due secoli va compiendo Trieste alla porta orientale d’Italia: funzione di crogiolo assimilatore degli elementi eterogenei che il commercio e anche la dominazione straniera attirarono nella vecchia città latina. Il nonno di Italo Svevo era stato un funzionario imperiale a Treviso, dove sposò un’ italiana. Il padre suo perciò, essendo vissuto a Trieste, si considerò italiano, e sposò un’italiana da cui ebbe quattro figliole e quattro maschi. Al suo pseudonimo "Italo Svevo" fu indotto non dal suo lontano antenato tedesco, ma dal suo prolungato soggiorno in Germania nell’adolescenza” (Profilo autobiografico). Posta così in apertura del Profilo autobiografico la motivazione dello pseudonimo documenta l’importanza che Svevo attribuisce alla sua doppia identità sottolineando una condizione di mediatore fra due versanti culturali, interpretando, nella sua opera di scrittore, la singolarità della "condizione triestina". Trieste era allora un terreno singolarmente adatto a tutto le coltivazioni spirituali. Posta al crocevia di più popoli, l’ambiente letterario triestino era permeato dalle culture più varie. Alla "Minerva" ( la Società letteraria triestina) non si trattavano soltanto argomenti letterari paesani o nazionali; le persone colte di Trieste leggevano autori francesi, russi, tedeschi, scandinavi ed inglesi. Italo Svevo si trovò naturalmente attratto da tutti i cenacoli artistici e letterari della sua giovinezza. Infatti è bene ricordare che Trieste, sino al 1918, non faceva parte dello Stato italiano e, grazie alla sua posizione geografica di confine, coesistevano in essa tre culture, quella italiana, quella tedesca e quella slava; inoltre era presente e attiva in città una consistente comunità ebraica, cui la famiglia di Svevo faceva parte. La scoperta tardiva di Svevo si spiega con la proiezione mitteleuropea della sua ricerca letteraria, legata anche alla situazione particolare di Trieste. Eccentrica sia rispetto all’Impero asburgico sia rispetto all’Italia, ma anche centro di traffici e di scambi culturali, luogo d’incontro di genti diverse, zona di scontri e di tensioni, crocevia di traffici e di fermenti culturali, Trieste si configurava come una città cosmopolita, centro di relazione con l’area balcanica e mitteleuropea e in particolare con Vienna, che era non solo la capitale politica ma anche un attivo centro di mutamenti culturali. Nella città come in un "sismografo molto sensibile", si registra "ognuna delle molteplici vibrazioni culturali e politiche che attraversano l’ Impero asburgico nei suoi ultimi anni di vita e che esplodono in una delle più alte stagioni creative dell’Europa moderna".In questa particolare condizione di provvisorietà e incertezza, che fa della Trieste tra Otto e Novecento una città anche culturalmente subalterna, essenzialmente e doppiamente periferica, Svevo sentì acutamente, soprattutto nel risvolto linguistico, il disagio della “condizione triestina” .
In questa condizione in cui Trieste versava, si sviluppò la prima formazione di Svevo, di natura tedesca: ciò spiega la radicata propensione dello scrittore a una letteratura di idee. La sua cultura non fu mai strettamente letteraria: furono sempre vivissimi in lui gli interessi filosofici e soprattutto scientifici, e non c’è dubbio che la riflessione sul rapporto arte-scienza occupi un posto centrale nella sua poetica. Si spiega in tal modo l’interesse sempre vivo di Svevo per quelle che egli chiamava “le teorie”, vale a dire per quei sistemi gnoseologici del reale che si succedettero rapidamente nell’orizzonte della cultura mondiale tra Otto e Novecento: Darwin, Freud e Einstein; e proprio le teorie di Einstein furono l’ultimo interesse scientifico della sua vita. Egli rimase sempre convinto del primato della scienza, e del pensiero in genere, sull’arte (“Ciò che la scienza inizia, l’arte compie”), senza che questo, s’intende, lo portasse a trascurare o sottovalutare la specificità della ricerca artistica in sé considerata.

Spostando l’asse della speculazione discorsiva sugli interessi che l’autore coltivava, è opportuno, ai fini di una più chiara visione della sua poetica, sollevare il vivo interesse che Svevo nutriva per la "sorte del singolo", minacciato nella sua identità e nella sua libertà individuale dalle coercizioni dell’ambiente. Siffatto aspetto verte a fornire una spiegazione della singolare condizione dell’"inetto", colui il quale non accetta di vivere quotidianamente secondo le regole del conformismo sociale: "un diverso", "un divergente", che si oppone alla figura del borghese medio, attivo e votato al successo. Nei romanzi sveviani l’inetto è il "malato" che osserva lucidamente, portandola allo scoperto, la rete di mistificazione, inganni, censure e rimozioni che il mondo dei "sani" ignora, per una sorta di autoinganno collettivo, con cui sostiene la sua visione ottimistica del progresso, il suo vitalismo. Il tema dell’inettitudine, insieme con quello della vecchiaia e della morte, costituisce un motivo costante della narrativa e della meditazione di Svevo. Con la sua ottica divergente, il personaggio sveviano fa lucidamente la diagnosi della propria condizione alienata, professa la propria inettitudine, bloccando in sé definitivamente ogni residua possibilità di azione. E, quanto più è acuta la sua sofferenza della vita, tanto più viva è la sua aspirazione a realizzarsi in esperienze totali, tanto più il personaggio è immobilizzato nei gesti, incapace cioè di un qualsiasi atto valido alla costruzione di se stesso. Suo destino è di subire la realtà: la sua "malattia" è nella disposizione, tutta borghese, a guardare a quel destino da una prospettiva individualistica, che reca già in sé l’inevitabilità della sconfitta. In questa coscienza che il personaggio ha della sua malattia, si riflette l’idea più generale di un malessere esistenziale e di una crisi che si rivela incapace di trovare, sia pure a livello di proposta, una qualche soluzione ai problemi di ordine storico che investono la società italiana ed europea del tempo.