La crisi dal 235 al 260 dopo Cristo

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Descrizione

A partire dal 235 d.C. l’impero romano precipitò in una crisi della quale è impossibile negare la gravità e la portata generale. La ricerca recente tende a porre dei limiti a questo crollo, e constata l’esistenza di reazioni. La caduta, comunque, fu progressiva e lunga. Questo declino è scandito dai vari regni imperiali.

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A partire dal 235 d.C. l’impero romano precipitò in una crisi della quale è impossibile negare la gravità e la portata generale.
La ricerca recente tende a porre dei limiti a questo crollo, e constata l’esistenza di reazioni.
La caduta, comunque, fu progressiva e lunga. Questo declino è scandito dai vari regni imperiali.
Gli imperatori di questo periodo furono:
- Massimino il Trace, dal 235 al 238 d.C.;
- Gordiano I e II, durante il periodo di Massimino il Trace;
- Gordiano III, dal 238 al 244 d.C.;
- Filippo l’Arabo, dal 244 al 249 d.C.;
- Decio, dal 249 al 251 d.C.;
- Valeriano, dal 253 al 260 d.C..
Si trattò in gran parte di una crisi militare: per la prima volta i nemici attaccarono insieme e su più fronti contemporaneamente, con attacchi incessanti; gli imperatori dovevano correre da una parte all’altra dell’impero senza sosta; questa situazione incoraggiò poi alla rivolta anche altri popoli.
La sconfitta fece percepire anche problemi a livello della strategia militare augustea: una volta sfondati i confini, i barbari non incontravano alcun ostacolo da superare, perché l’esercito era posto solo sulla linea di demarcazione tra l’universo romano e quello barbaro. D’altra parte l’esercito non disponeva di riserve di effettivi, per cause sia economiche che demografiche.
Le sconfitte trascinarono con sé anche una crisi politica, così alla guerra eterna contro i barbari si trascinò anche la guerra civile. I soldati vi intervenivano spesso, eliminando il sovrano in carica. Il prefetto del pretorio avrebbe poi preso il suo posto, ma successivamente sarebbe stato assassinato e il nuovo prefetto avrebbe ancora una volta preso il suo posto dopo aver fatto mettere il nuovo imperatore a morte. L’impero, privo di una dinastia, era diventato una monarchia assoluta «regolata dall’assassinio». In queste condizioni, naturalmente, nessuno poteva godere della continuità necessaria per cambiare le cose.
La crisi economica è dovuta al fatto che per tradizione dell’antichità i popoli invasori si abbandonavano al brigantaggio: il bottino era infatti il loro principale obiettivo, e distruggevano quello che potevano portare con sé. Dopo essersi serviti i barbari incendiavano i raccolti, le case, e tutto il resto.
Conseguenze di tutto ciò:
- i disordini facevano rinascere brigantaggio e pirateria;
- le invasioni causavano il blocco degli scambi commerciali;
- alcuni settori del commercio tornarono all’economia naturale, il baratto;
- sparì, a metà del secolo, l’aerarium militare da cui si attingeva il denaro da dare ai veterani delle battaglie al momento del congedo.
Le motivazioni economiche trascinarono con loro anche una crisi sociale:
- i poveri furono resi ancora più poveri dalle invasioni e dalla crescente pressione fiscale;
- anche i ricchi patirono per le circostanze delle guerre, ma non tutti.
Era inevitabile che, in un momento così teso per il popolo romano, le sciagure che esso stava attraversando non provocassero anche una crisi morale: gli uomini vivevano nello smarrimento, anche perché non sapevano che cosa fare per impedire l’avvento della rovina.
Le loro incertezze furono trasportate sul piano religioso, com’è normale per lo spirito dei Romani. Ben pochi misero in dubbio l’esistenza degli dei. La domanda che ci si poneva era semplice «perché, o dei, ci avete abbandonato?». La risposta era altrettanto semplice: «c’è in seno dell’impero un popolo che non onora gli dei come dovrebbe». Questi erano, naturalmente, i cristiani. Dovunque si procedette a persecuzioni, soprattutto durante il regno di Decio, durante il quale egli ordinò un sacrificio generale agli dei dello Stato. Il peggio arrivò sotto Valeriano, che riprese le persecuzioni proibendo il culto cristiano e ordinando ai membri della gerarchia di sacrificare agli dei. Fece giustiziare dei ribelli, e i ricchi cristiani furono privati dei loro beni.
Tra le altre cause della crisi, in primo luogo, si può ricordare che l’economia romana non aveva mai smesso di crescere a partire da Augusto, ed è risaputo che ad un periodo di ascesa segue una fase discendente; in secondo luogo, le istituzioni politiche, amministrative, così come l’esercito, risalivano nelle linee generali ad Augusto, che a sua volta aveva raccolto l’eredità dalla Repubblica, ma ora si ponevano problemi completamente nuovi da risolvere, e bisognava modificarle con nuove istituzioni.
Nonostante la crisi in cui l’impero stava sprofondando, esso non rimase mai inattivo. Furono soprattutto le province romane ad essere più esposte ai nemici. L’Egitto, invece, fu seriamente coinvolto nella crisi solo a partire dal 260, quando le campagne si spopolarono, le terre ai margini del deserto furono abbandonate, tuttavia anche di fronte al nemico molte cose non cambiarono, e alcuni settori riuscirono a resistere meglio di altri.
Tra le regioni meno toccate dalla crisi, oltre all’Egitto, anche l’Africa e la Spagna.
Alcune città, invece, si cinsero di mura che comprendevano solitamente una superficie inferiore rispetto a quella dei secoli precedenti. Si assistette inoltre ad un ritorno alla terra che poi si manifestò chiaramente all’inizio del secolo successivo, quando anche i potenti si stabilirono in maniera più duratura nelle loro proprietà fondiarie. Il cristianesimo continuò a svilupparsi.