La fine della dinastia dei Severi

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Descrizione

Quando morì l’ultimo dei Severi, nel 235 d.C., l’impero aveva raggiunto un certo equilibrio. Aveva perduto la memoria dell’allarme e degli anni terribili delle guerre sotto Marco Aurelio. E il pessimismo visibile negli scrittori del tempo si può semplicemente ricollegare ad un motivo letterario, quello del rimpianto dei tempi andati. L’impero si estendeva dalla Scozia al Sahara, dall’Oceano Atlantico alla Mesopotamia.

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Testo completo

Quando morì l’ultimo dei Severi, nel 235 d.C., l’impero aveva raggiunto un certo equilibrio.
Aveva perduto la memoria dell’allarme e degli anni terribili delle guerre sotto Marco Aurelio.
E il pessimismo visibile negli scrittori del tempo si può semplicemente ricollegare ad un motivo letterario, quello del rimpianto dei tempi andati.
L’impero si estendeva dalla Scozia al Sahara, dall’Oceano Atlantico alla Mesopotamia.
Solo una città, Roma, aveva conquistato tutto questo. Il suo capo, l’imperatore, dirigeva da solo la vita politica, e lo Stato era sempre di più una monarchia assoluta.
Il territorio era diviso in province, senatorie e imperiali. Le senatorie governate da un proconsole, le imperiali più grandi da un legato d’Augusto propretore, di rango senatorio, le imperiali più piccole da un procuratore di rango equestre.
Nonostante l’assolutismo sempre più manifesto, l’impero lasciava una certa autonomia alle collettività, alle città, che erano come cellule del grande organismo.
I piccoli agglomerati, vici, oppia e castella, erano subordinati ai più grandi, mentre i popoli seminomadi erano sorvegliati dai prefetti.
Tutti gli uomini liberi, inoltre, dal 212, con la Constitutio Antoniniana erano cittadini romani.