Nome ed onore nella Roma repubblicana

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Descrizione

Ogni cinque anni, il cittadino romano, doveva presentarsi a Roma per essere censito e per denunciare la sua famiglia, la moglie, i figli, gli schiavi ed il suo patrimonio. In caso contrario, le sue proprietà sarebbero state confiscate e lui stesso sarebbe stato venduto come schiavo. Venivano eletti due censori, ai quali era affidata l’aggiudicazione dei mercati pubblici e l’attribuzione di classi od ordini ai cittadini.

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Testo completo

Ogni cinque anni, il cittadino romano, doveva presentarsi a Roma per essere censito e per denunciare la sua famiglia, la moglie, i figli, gli schiavi ed il suo patrimonio. In caso contrario, le sue proprietà sarebbero state confiscate e lui stesso sarebbe stato venduto come schiavo.
Venivano eletti due censori, ai quali era affidata l’aggiudicazione dei mercati pubblici e l’attribuzione di classi od ordini ai cittadini.
“Ingenuus” era un termine usato per indicare un figlio libero di un uomo libero. Il classico romano poteva essere volta per volta soldato, elettore, padre di famiglia, amministratore di un patrimonio e padrone di casa; poteva celebrare i sacrifici domestici, seguire le cause e assistere ai giochi.
Questa era la vita di un cittadino libero, che non aveva nessuno scopo particolare, solo quello di rendere illustre il suo nome agli occhi del popolo.
Il civis romanus, se non ci abitava già, passava la gran parte del suo tempo a Roma, poiché possedeva uno spirito più fermo e grande. Lo spirito romano, in latino animus, corrispondeva ai valori culturali interiorizzati, i quali strutturavano la personalità romana psicologicamente e moralmente.
Inoltre l’uomo romano non era capace di conoscersi da solo, poiché aveva bisogno degli sguardi degli altri, i quali lo spiavano e lo giudicavano ogni giorno della sua esistenza; a Roma non esisteva altro bene che ciò che era onorevole, e non esisteva altro male di ciò che era vergognoso, poiché si aspirava sempre alla gloria, che andava trasformata immediatamente in rendita, investendola in una nuova candidatura.
Tra le varie famiglie romane si poteva stipulare un amicizia, ovvero un insieme di doveri reciproci di assistenza e di non-aggressione, che era anche allo stesso tempo un forte legame affettivo con l’altra persona/famiglia. L’amicizia era assai diversa dagli accordi stipulati tra patrono ed il suo cliente. Il legame che univa quest’ultimi al proprio protettore era uno scambio di favori: il patrono garantiva il suo appoggio e la sua autorità nelle tribolazioni con la giustizia, mentre il cliente lo accompagnava nei luoghi pubblici dandogli una garanzia sociale.
A Roma ci furono due grandi partiti: i “popolari” e i “senatoriali”. I primi chiedevano la terra, la soppressione dei debiti, l’estensione del diritto di cittadinanza, e denunciavano in continuazione i privilegi economici e politici della nobiltà. I secondi si opponevano ad ogni innovazione, cantavano le lodi della tradizione e celebravano l’austerità dei bei tempi antichi, la disciplina rispettosa del popolo.
Tuttavia, i capi del partito popolare erano nobili, come quelli del partito senatoriale e la scelta politica era ereditaria. A Roma soltanto l’esercizio delle magistrature rendeva nobile qualcuno, perché soltanto il nobile aveva diritto di essere commemorato, cioè il “diritto alle immagini”.
L’immagine era la maschera funebre, l’impronta di cera presa sul viso degli anziani magistrati subito dopo la morte, e soltanto loro possedevano questo privilegio. La famiglia conservava la maschera in una scatola chiusa a forma di tempio, appesa al muro dell’atrium.
Insomma, la vita sociale richiamava continuamente il Romano ai suoi doveri: rinunciare equivaleva a tradire, tradire se stesso e le speranze della giovinezza, tradire la famiglia, i suoi antenati, tradire gli amici che lo avevano sempre sostenuto.