Periodo classico del diritto romano

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Descrizione

Tale periodo inizia nel 27 a. C. con l’assunzione di Augusto dei poteri costituzionali di Princeps: la Tribunicia Potestas, in base alla quale egli poteva interporre l’intercessio (veto) agli atti dei magistrati come i tribuni della plebe, senza subirla e l’Imperium Proconsulare maius et infinitum cioè il potere di comando su tutte le province dell’Impero, invece il potere dei singoli proconsoli (consoli usciti di carica ai quali veniva prorogato l’imperium) e dei singoli propretori riguardava una provincia. Le province si dividevano in Senatorie, controllate politicamente dal Senato e amministrate dai proconsoli e Imperiali poste sotto il diretto controllo del princeps e amministrate da legati Caesaris pro praetore. Il periodo termina con l’abdicatio di Diocleziano (305 d. C.) ultimo difensore della classicità del diritto.

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Testo completo

Tale periodo inizia nel 27 a. C. con l’assunzione di Augusto dei poteri costituzionali di Princeps: la Tribunicia Potestas, in base alla quale egli poteva interporre l’intercessio (veto) agli atti dei magistrati come i tribuni della plebe, senza subirla e l’Imperium Proconsulare maius et infinitum cioè il potere di comando su tutte le province dell’Impero, invece il potere dei singoli proconsoli (consoli usciti di carica ai quali veniva prorogato l’imperium) e dei singoli propretori riguardava una provincia. Le province si dividevano in Senatorie, controllate politicamente dal Senato e amministrate dai proconsoli e Imperiali poste sotto il diretto controllo del princeps e amministrate da legati Caesaris pro praetore.

Il periodo termina con l’abdicatio di Diocleziano (305 d. C.) ultimo difensore della classicità del diritto. Nella prima fase del principato (Principatus) con Augusto e i suoi successori gli organi costituzionali repubblicani rimasero in vita, ma subirono il potere (auctoritas) del princeps, il Principato mise in moto dei meccanismi di esautorazione dei poteri repubblicani che portarono alla seconda fase dell’Impero il Dominatus o monarchia assoluta.

Il graduale declino delle fonti giuridiche preclassiche: rimasero in vigore le leggi, i plebisciti, i senatoconsulti, gli editti magistratuali, i responsa dei prudentes (giusperiti) in progressivo declino. I Senatoconsulti veniva richiesti o proposti oltre che dai magistrati maggiori anche dal princeps con l’oratio in senatu, pian piano la dialettica senatus – princeps andò a favore di quest’ultimo e si parlò direttamente di Oratio Principis, come fonte del diritto perché il Senato ratificava le decisioni del principe.  Le Leges Publicae Populi Romani decaddero ben presto perché non c’era reale rappresentatività delle assemblee repubblicane. Ebbe più vigore l’editto magistratuale perché l’attività legislativa del princeps e l’affermarsi della cognitio extra ordinem finirono per sottrarre ai magistrati la possibilità di produrre nuovo diritto e l’editto rimase immutato, tali editti furono cristallizzati in una codificazione dell’età adrianea dal giurista Salvio Giuliano, nel II° secolo d. C.
Oltre queste fonti abbiamo la volontà dell’imperatore come fonte del diritto attraverso le Constitutiones Principum, esse potevano essere di 5 tipi : 1) Decreta cioè pronunce giurisprudenziali emanate dall’imperatore in processi svolti secondo il sistema della Cognitio Extra Ordinem; 2) Rescripta, risposte date a quesiti giuridici a lui rivolti da privati e sottoposte alla condizione si preces veritate nitantur; 3) Epistulae istruzioni date a magistrati giusdicenti per la risoluzione di singole controversie, c’erano anche epistulae dirette ad intere comunità; 4) Edicta atti formali di carattere normativo del princeps diretti in genere a tutti gli abitanti dell’Impero, e 5) Mandata istruzioni date in via generale ai magistrati sottoposti gerarchicamente contenenti norme di carattere generale (circolari normative).

La giurisprudenza classica del I° Secolo d. C. è caratterizzata da 2 momenti: 1) la divisione in scuole e 2) lo ius publice respondendi. Abbiamo la scuola dei Sabiniani (da Masurio Sabino) e quella dei Proculeiani (da Proculo); i maggiori esponenti dei Sabiniani sono: Carlo Ateio Capitone, Tizio Aristone ecc, i maggiori esponenti della seconda scuola sono: Pegaso, Marco Antistio Labeone, Publio Giuvenzo Celso Figlio ecc. I Sabiniani furono conservatori ed analogisti invece i Proculeiani furono progressisti ed animalisti, la controversia tra le due scuole è superata nei primi decenni del Secondo Secolo d. C. per effetto della cristallizzazione dell’editto pretorio (edictum perpetuum) da parte del giurista Salvio Giuliano.

Tra le altre figure di giuristi del II secolo d. C. abbiamo Gaio autore del manuale delle Institutiones in 4 libri destinate alla scuola; Sesto Pomponio autore del liber singolari enchiridii contente un’excursus sulla storia e sul diritto a Roma con il quale si aprono i digesta giustinianei. Fra il secondo ed il terzo secolo d. C. visse Emilio Papiniano che pagò con la vita la sua coerenza morale e politica, fu autore delle quaestiones e i responsa, egli apre la giurisprudenza dell’età dei Severi, che prosegue con i suoi allievi: Giulio Paolo e Domizio Ulpiano autori di commenti Ad Sabinum, l’ultimo giurista dell’età dei Severi è Erennio Modestino discepolo di Ulpiano.

Il diritto di dare responsa, cioè risposte a quesiti giuridici posti dai privati, spettava a tutti gli esperti del diritto, dipendeva poi dall’autorità del singolo giurista se il suo parere venisse o meno seguito dai magistrati giusdicenti e dai giudici. Con Augusto le cose cambiarono, perché l’imperatore introdusse il ius respondendi ex auctoritate principis, il primo giurista munito di ius publice responendi fu Masurio Sabino, il giurista in questo modo vedeva così equiparati i suoi responsa a quelli dell’imperatore e questi erano vincolanti nei giudizi privati, questo ius erano concesso solo ai giuristi che godessero della stima del princeps.

Gaio definisce i responsa prudentium come i pareri e le opinioni di coloro ai quali è permesso di fondare il diritto, nel caso di pareri concordi erano vincolanti, in caso di divergenza di opinioni il giudice poteva seguire il parere, tra questi, che gli sembrasse più equo.