Ricchezza e opulenza nella Roma repubblicana

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Descrizione

La povertà campestre comportava una vita senza grandi bisogni. Non aveva importanza che la proprietà fosse grande o piccola, il proprietario poteva dormire sulla paglia, mangiare verdura, pane, lardo, e camminare a piedi nudi, vestito di una tunica corta. Per la mentalità romana, niente era più estraneo del benessere, delle comodità che aumentavano insieme ai guadagni del padre di famiglia. In tempo di pace, il romano aveva la sensazione di possedere più di quanto avesse bisogno, perché era convinto che le raffinatezze eventualmente introdotte nella sua vita quotidiana non fossero un simbolo di progresso, al contrario.

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Testo completo

La povertà campestre comportava una vita senza grandi bisogni. Non aveva importanza che la proprietà fosse grande o piccola, il proprietario poteva dormire sulla paglia, mangiare verdura, pane, lardo, e camminare a piedi nudi, vestito di una tunica corta. Per la mentalità romana, niente era più estraneo del benessere, delle comodità che aumentavano insieme ai guadagni del padre di famiglia.
In tempo di pace, il romano aveva la sensazione di possedere più di quanto avesse bisogno, perché era convinto che le raffinatezze eventualmente introdotte nella sua vita quotidiana non fossero un simbolo di progresso, al contrario. Le sole occasioni in cui era legittimo spendere per delle raffinatezze inconsuete erano le feste ed i banchetti; soltanto la presenza di un estraneo poteva giustificare il lusso ed il fasto. In questi casi, non solo si poteva, ma si doveva consumare ogni bene in eccedenza: vino, bestiame, ed ogni tipo di prelibatezza.
Il contadino romano utilizzava il maggese, ma il più delle volte alternava la produzione di fave, grano, lupini, in modo di avere più raccolti nell’anno.
D’altro canto, la base della sua dieta non era il grano, ma le verdure; infatti il contadino si nutriva quotidianamente dei prodotti dell’orto che veniva reso produttivo tutto l’anno.
A questi prodotti si aggiungevano, soprattutto dei momenti più duri, il pane, le fave lesse, il lardo, il formaggio: il tutto cucinato con sale, aglio, olio ed erbe aromatiche.
Questo era il povero della campagna, anche se il povero della città viveva allo stesso modo.
Andava tutto bene, dunque, per i contadini poveri, fino a quando conservavano le loro terre e quel minimo di relazioni sociali, che permettevano loro di essere cittadini, sia per il censo che per la capacità a rispondere alle sollecitazioni della città.
I guai cominciavano quando il contadino perdeva la sua terra, rovinato dalle incursioni nemiche e dai debiti contratti per pagare le tasse o per comprare la semenza e gli strumenti agricoli; oppure, a partire dalla riforma di Caio, i contadini venivano mandati a combattere lontano da casa.
Certo, le fattorie non erano più devastate dai nemici, ma il risultato era lo stesso, perché in assenza dei padroni, venivano sfruttate male o impoverite da vicini disonesti.