Storia della decifrazione dei geroglifici

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Descrizione

La diffusione del cristianesimo segnò la fine dei culti pagani in Egitto e, verso il V secolo d.C., si perse la conoscenza dell’antico sistema di scrittura geroglifico. Con il passare del tempo, i geroglifici entrarono a far parte dell’immaginario collettivo come una delle stranezze che caratterizzavano la civiltà dell’Antico Egitto. Già Diodoro Siculo, nel I secolo a.C., parlò dell’antica scrittura egiziana come costituita da segni dal valore puramente allegorico e figurativo.

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La diffusione del cristianesimo segnò la fine dei culti pagani in Egitto e, verso il V secolo d.C., si perse la conoscenza dell’antico sistema di scrittura geroglifico.
Con il passare del tempo, i geroglifici entrarono a far parte dell’immaginario collettivo come una delle stranezze che caratterizzavano la civiltà dell’Antico Egitto.
Già Diodoro Siculo, nel I secolo a.C., parlò dell’antica scrittura egiziana come costituita da segni dal valore puramente allegorico e figurativo.
Questa idea, che perdurò fino alla decifrazione, nel XIX secolo, alimentò una serie di interpretazioni e spiegazioni di questi segni in chiave esoterica. Ne è un esempio l’opera di Horapollon, redatta nel V secolo d.C., che accanto ad alcune notizie veritiere sul sistema geroglifico, enfatizzò la convinzione che si trattasse di una scrittura allegorica.
Durante il Rinascimento, molti studiosi s’interessarono all’antica scrittura egiziana, continuando su questa stessa linea. All’inizio del ‘600, il dotto linguista gesuita Athanasius Kircher, pur continuando a cercare spiegazioni simboliche ai segni, fu il primo a scrivere una grammatica ed un dizionario copto.
La loro importanza fu fondamentale per le ricerche successive, dal momento che il copto costituisce l’ultima fase della lingua egiziana.
Nel ‘700 continuarono gli studi ed i tentativi di interpretazione dei geroglifici, e verso la fine del secolo una “ventata” di antico Egitto raggiunse l’Europa, grazie alla campagna in Egitto di Napoleone Bonaparte. Durante questa spedizione, nel 1799, fu trovata la Stele di Rosetta. La scoperta avvenne in modo casuale, mentre un gruppo di soldati stava scavando le fondazioni di un forte.
La stele riporta un decreto redatto in geroglifico, demotico e greco. Dal momento che quest’ultimo era noto, e quindi poteva essere letto e tradotto, gli studiosi che accompagnavano Napoleone nella sua spedizione capirono l’importanza fondamentale di questo ritrovamento per la decifrazione dei geroglifici.
La stele fu in seguito requisita dagli Inglesi dopo la disfatta di Napoleone, ma copie del testo vennero inviate ai principali studiosi dell’epoca.
Fra coloro che si cimentarono nello studio del documento, si ricordano Silvestre de Sacy, che riuscì ad interpretare correttamente alcuni nomi regali nel testo demotico, e lo svedese Akerblad, che isolò il valore fonetico di alcuni segni dei nomi regali.
L’inglese Thomas Young fu il primo ad interessarsi anche alla parte geroglifica della stele.
Fu il giovane studioso francese Jean-François Champollion a compiere il passo finale, non limitando le sue ricerche alla sola Stele di Rosetta, ma andando alla ricerca di altri testi geroglifici ed allargando così le possibilità d’indagine.
Il francese arrivò all’intuizione generale che aprì la via a tutti gli studi seguenti: la scrittura geroglifica non era solo figurativa né solo fonetica, ma un sistema misto di segni a valore ideografico e di segni corrispondenti a suoni. Nasceva l’Egittologia.